Il caso Verona Giovedì, Mag 22 2008 

di Marco Petrelli

http://bargello.wordpress.com

Il triste gesto di un gruppo di squinternati di Verona nei giorni scorsi ha ridato linfa vitale alla retorica anti fascista.
L’estrema sinistra, tagliata fuori dal Parlamento, tenta di restare a galla, di non affogare, cercando appigli in una cultura di violenza e degenero umano e intellettuale che in passato, nel plumbeo periodo della lotta armata, troppi morti ha lasciato sul selciato.
I veronesi responsabili dell’insano gesto sono stati inseriti a forza dai quotidiani dell’opposizione di Governo nell’area della destra radicale, nel duplice tentativo di screditare quest’ultima e di colpire la città di Verona e il Primo cittadino, reo di appartenere ad un partito politico che mira esclusivamente ad una regolamentazione del flusso migratorio e ad arginare l’attività criminosa.
Verona è il capro espiatorio della suddetta vicenda: una città di destra, retta da un sindaco integerrimo e con una tifoseria di “parte”, pittoresca in occasione di manifestazioni sportive forse più di altre, ma non per questo ricettacolo di delinquenti.
Se alle critiche e agli oltraggi de il manifesto e di Liberazione eravamo da tempo abituati, riuscendo talvolta a sorridere ad editoriali paradossali, più in linea con Lotta continua che non con la dialettica politica attuale, restiamo basiti di fronte al comportamento de l’Unità,voce del Partito Democratico. L’organo del PD non lesina accuse prive di fondamento al PdL pur di riottenere un consenso e una visibilità perso (ma mai accettato) il 14 aprile.
IL 5 maggio l’agenzia ANSA ha raccolto una intervista a Franco “Giorgio” Freda nel quale l’intellettuale di destra pone l’accento sul movente, non ideologico, del gesto. Ve ne proponiamo uno stralcio:
Il recente fatto di cronaca non è un episodio di estremismo politico, né di estremismo in genere, ma di insania. E la pazzia non è di destra né di sinistra: non la si può ideologizzare. Così come la schiuma umana è schiuma e basta. I teppisti di Verona li ha generati questa società, sono conformi a essa. Anche sotto il profilo escrementizio: più che dell’efferatezza nazifascista, sono scarti della vuotezza patologica della società odierna. Volete una terapia? Lavori coatti. Pare che il Veneto manchi di autostrade…
Le parole di Freda centrano il bersaglio: non si è trattato di una azione politica. La politica, semmai, può essere il contorno della vicenda, non il movente. L’appartenza ad un gruppo o ad una sigla non è pregiudiziale di crudeltà e violenza. L’onesta e la rettitudine umana appartiene al singolo e solo al singolo. Si è brave persone a prescindere dal colore scelto o dalla tessera che si ha in tasca. I simboli e la retorica ideologica sono scenografia o pretesto. Non sono essi a fare l’uomo.
L’aspetto più crudele di tutto questo è che “qualcuno” abbia ancora una volta scelto di strumentalizzare l’accaduto. Quel ragazzo è morto sotto i colpi di tre pazzi, poi è diventato l’icona ad uso e consumo della propaganda no global e dei centri sociali.
Manca il rispetto per l’uomo e manca la dignità di fronte alla morte.

PRESENTE! Giovedì, Mag 22 2008 

1988-2008. Giorgio Almirante PRESENTE!!! Giovedì, Mag 22 2008 

Pubblichiamo un articolo (datato 19 maggio 200 8) segnalatoci dal web master del blog: http://faber2008.blogspot.com/ .

In occasione del 20^ anniversario della morte di Giorgio Almirante proponiamo una riflessione sulla eredità del MSI e sui “prosecutori” dei progetti almirantiani.

 

Spigoli

 

lunedì 19 maggio 2008

Giorgio Almirante: appropriazione indebita?

Tra pochi giorni, esattamente il 22 maggio, sarà il ventennale della morte di Giorgio Almirante. In tanti si apprestano a ricordarlo, ad inneggiare alla sua memoria, a farsene legittimi successori, a rivendicare il proseguimento di un cammino nel solco da lui tracciato. Questa corsa all’eredità non mi convince, soprattutto perché lui non può confermare la legittimità.
Per valutare se queste appropriazioni (soprattutto alla luce di alcune sconcertanti dichiarazioni, più o meno recenti degli ‘auto-eredi’) siano o meno indebite, utilizzo un sistema infallibile: mi affido alle sue parole.
Non quelle di uno dei tanti mirabolanti discorsi da lui pronunciati e scritti, facilmente accusabili di enfasi retorica.
Meglio ancora: una lettera che Almirante scrisse nel 1986 (a meno di due anni dalla morte) alla deputata missina milanese Cristiana Muscardini, riferendosi a tentativi di avventato ’superamento storico’.
Lettera pubblicata dal settimanale “Lo Stato” il 2 giugno 1998 e dalla quale mi pregio di stralciare questo passo: «Puoi stare certa che il mio ultimo respiro sarà fascista, nel nostro senso del termine. Perché, per me, per noi, si tratta della battaglia di tutta la nostra vita.»
Infine, autorizzava a sbattere la lettera «in faccia a chicchessia». Chissà se qualcuno dalle parti di via della Scrofa l’ha mai letta e meditata…

postato da BARGELLO

http://bargello.wordpress.com

Novità ! Sabato, Mag 17 2008 

La redazione del Giglio segnala a tutti gli utenti e i visitatori del blog la tanto attesa riapertura del sito:


www.azione-universitaria.it


sito ufficiale di Azione Universitaria Firenze, di cui questa rivista è organo ufficiale -orgogliosamente!-.

Contemporaneamente vi ricordiamo la petizione Generazione post ‘94 al sito:

www.petitiononline.com/genp94/petition

Ci scusiamo se i link non dovessero funzionare!

in alto i cuori!

il Giglio

consegna moduli ISEU Giovedì, Mag 8 2008 

Vista la situazione attuale riguardante le tasse universitarie e la consegna dei moduli del reddito abbiamo cercato una via per agevolare tutti gli studenti, supplendo in parte alle carenze dell’Ateneo.

AZIONE UNIVERSITARIA ha preso accordi con l’UGL per facilitare la consegna dei moduli, pertanto sarà presente un addetto al polo di Novoli. Potrete consegnare a lui il necessario senza dovervi recare al CAF.

Troverete il gazebo di AZIONE UNIVERSITARIA tutti i giorni con questi orari:

MARTEDì E GIOVEDì :  dalle 10 alle 12

LUNEDì-MERCOLEDì- VENERDì: dalle 15 alle 17

A partire da venerdì 9 maggio

Il Giglio

Torniamo in Università Venerdì, Mag 2 2008 

PROBLEMA TASSE

Un anno fa venne resa nota la nuova fasciazione delle tasse pubblicizzandola come equa e proporzionale; oggi l’Università si trova nelle condizioni di ammettere che aveva fatto male i calcoli.

Il problema si è complicato nel momento in cui l’Università decise che tutti gli studenti -tutti- avrebbero dovuto ripresentare la dichiarazione del reddito, l’ISEE, anche chi l’aveva già presentata in passato, e l’avrebbero dovuta presentare NECESSARIAMENTE al Caf di un solo sindacato e non più con l’autodeterminazione. Pena per chi non avesse presentato il suo reddito di entrare subito nella fascia di contributi più alta (quasi 2000 euro).

Noi studenti, in modo abbastanza trasversale, ci muovemmo perchè l’Università si rendesse conto di quanto stava per fare. Oltretutto ricordiamo che l’Università non può chiedere agli studenti più del 20% del finanziamento statale, per legge.

I fattori di danno erano molteplici. Presentare obbligatoriamente il proprio modulo del reddito al CAF di un unico sindacato, era quantomeno insensato. Azione Universitaria a riguardo ha mosso quotidiani nazionali e così in extremis il termine di consegna del modulo è stato prorogato di un mese circa per consentire agli studenti di portare il modulo al CAF del sindacato che preferivano.

Ma dal CAF volenti o nolenti bisognava passare. E quì arriva il successivo scivolone dell’Università che non avendo pubblicizzato adeguatamente il nuovo iter ha fatto sì che gran parte degli iscritti sia passata “di diritto” nella fasciazione da 2000 euro.

Inoltre, a ben guardare i dati, molti studenti iscritti a Firenze sarebbero dei Paperon de’Paperoni: la fascia più alta mette insieme i figli di Diego della Valle, di Montezzemolo e di Armani (perdonateci, i nomi sono esemplificativi), con la famiglia che avendo due case sfitte e un reddito medio arriva subito a sborsare 2000 euro, per non parlare del fatto che se la famiglia in questione avesse due o più figli all’Unifi pagerebbe interamente le due rette (le scuole private non sono così meschine, cara la nostra A.r.d.s.u.!).

Il sito degli Studenti di Sinistra offre delle cifre da cui chiunque può trarre chiare conclusioni. Pare che 30000 studenti non abbiano presentato l’ISEE, e quindi 30000 rette da 2000 euro più quelle che sono per reddito nella fascia più alta, a cui va aggiunto un 75% di studenti che pur essendo nelle fasce intermedie hanno visto un aumento considerevole delle tasse. L’università potrebbe a ragione dire che le fasce molto basse sono state preservate dall’aumento, ma è uno sguardo molto miope al dato d’insieme.

Inoltre sostiene il Rettore che quel 20% sul finanziamento statale è molto oscillante e pertanto non sarebbe il caso di provvedere a rimborsi adesso. La proposta avanzata da qualche dirigente di Ateneo è stata quella di restituire i soldi in servizi agli studenti che la media del 30. Se questo è vero, probabilmente l’Università ha capito cos’è il merito, ma lo applica a suo uso e consumo e non lo rende un criterio apprezzabile.

In conclusione, e per concludere in bellezza!, il Rettore ha prorogato il pagamento delle tasse universitarie alla fine di Maggio, e questo dovrebbe servire a ripresentare il modulo ISEE per coloro che non lo avessero fatto …ma attenzione attenzione è una proroga fittizia perchè la mora di 100 euro non ve la leva nessuno! (nb: è la mora sulla consegna del modulo ma allora che incentivo è a consegnare questo fatidico ISEE ??).

Lunedì, Apr 28 2008 

ROMA

CAPUT

MUNDI

A NOI !

Dal blog di Marco Panella Mercoledì, Apr 16 2008 

( …. dopodichè si torna alla politica universitaria! )
Presidenza delle Camere. Walter ci è o ci fa?

Walter Veltroni dove era quando il suo partito si è preso una dopo l’altra la presidenza del Senato, della Camera, della Repubblica, della Corte Costituzionale, della Rai, di quasi tutte le Auuthority e la vicepresidenza del Csm, oltre, naturalmente, alla presidenza del Consiglio? Il tutto, dopo un voto in cui aveva preso 240.000 voti in meno di Berlusconi al Senato e 26.000 in più alla Camera e dopo aver seccamente rifiutato la profferta di un governo di larghe intese avanzata dallo stesso Berlusconi.
Allora il sindaco di Roma acconsentì gioioso all’ingordigia di Prodi e D’Alema (condivisa da Napolitano). Ma oggi, quando Berlusconi prende 3 milioni di voti in più del suo partito, nel momemento in cui il Pd continua a controllare presidenza della Repubblica, Consulta, Rai e Csm, Veltroni osa protestare perchè non gli viene data la presidenza del Senato. Secondo l’ineffabile Tecoppa, Berlusconi dovrebbe lasciare al Pd tre quarti delle presidenze e aggiungerci il Senato, accontentandosi della presidenza del Consiglio e della Camera.
Orrida concezione della democrazia, tipica del ”vizietto” che accomuna Veltroni a D’Alema che hanno succhiato lo stesso latte sovietico.
Quando vinco io -anche se di un pelo- ho diritto al più pieno spoil system, perché io sonon io, sono ”migliore”, sono etico, sono…
Quando vinci tu, invece, devi essere bipartisan, devi condividere il potere con me, perché tu sei inaffidabile, non democratico, da controllare e quindi devi darmi garanzie.
Solo un po’ di bagni d’umiltà alla 14 aprile possono guarire i leader del Pd da questo ingiustificato complesso di superiorità

il Gigilio

Satisfaction . . . Martedì, Apr 15 2008 

Sono delle splendide soddisfazioni  …  e Azione Universitaria non è restata a guardare gli eventi da fuori.

Un doveroso riconoscimento al lavoro di A.U. su Firenze, come nelle altre città dove è presente e un grazie di cuore per le ore e le energie spese! Molti non si sono risparmiati in niente e ora vengono ripagati con:

PDL AL GOVERNO … con nessuna emorragia dei voti di AN e una maggioranza che sarà stabile;

COMUNISTI e SOCIALISTI fuori dalla Camera… niente più Diliberto!!! Vladimiro e Grillini a casa;

Udc per lo meno contenuta, e….

…. al Partito Democratico gli avanzi!!

EE…VVVAIIIIII !!!!

Alberoni sui maestri e un ringraziamento al dott.Vecchi Giovedì, Mar 6 2008 

Carissimi,

abbiamo potuto leggere il recente commento del dott. Vecchi riguardo al caso di “cronaca natalizia” che ha visto suo figlio protagonista di un’indegna censura. A suo tempo abbiamo trovato doveroso rilanciare la notizia anche da queste pagine e siamo felici che il dott. Vecchi abbia voluto raccontarci come sono proseguite le cose nonostante che l’esito non si possa considerare un pieno successo ( vista la reazione dei colleghi della docente e il successivo trasferimento dell’alunno in una scuola privata ).

Proprio alla luce dello svolgimento di questo caso, che ci riguarda da vicino perchè a Firenze ha trovato il miglior ambiente per verificarsi, credo che anche a livello di amministrazione pubblica e locale l’argomento non debba essere trascurato.

Di nuovo mille grazie al dott. Vecchi… e a suo figlio! Restando proprio sui temi di etica laico-religiosa, mi permetto di dire poi che in quanto movimento universitario ci siamo “distratti” per batterci sui problemi relativi a la Sapienza, ma torneremo anche su i temi fiorentini, puntando come sempre a dei veri successi!

***** *** *****

Sebbene sia poco inerte a questo triste episodio, vorrei pubblicare un articolo trovato in rete che parla dei giovani - come noi e come il figlio del dott. Vecchi, per esempio- proprio in funzione agli educatori che trovano sul loro percorso. La firma è di Alberoni, che molto meglio di quanto potrei fare io, dà una sonora scrollata a docenti e studenti!

In ogni giovane apatico si nasconde un combattente

Alberoni

A volte mi cadono le braccia. Ancora vent’anni fa era possibile elencare moltissimi filosofi, storici, sociologi, psicologi che i giovani leggevano con avidità considerandoli dei maestri. Faccio i primi nomi che mi vengono in mente: Levi-Strauss,Lacan, Foucault, Barthes, Braudel, Habermas, Jonas, Berlin. Prendete ora qualsiasi
giovane e domandategli quali autori legge abitualmente considerandoli dei maestri.
Spesso non ne nominano nemmeno uno. Hanno magari letto le Barzellette di Totti e Il codice da Vinci senza naturalmente aver capito che è un mostruoso imbroglio storico. Ma non possono averlo capito perché non sanno più la storia. Girano il mondo e non sanno localizzare su una carta geografica dove sono gli Stati. Navigano in Internet ma, poiché su Internet ci sono solo frammenti, fanno un minestrone di frammenti che non riescono a ordinare. Molti non leggono più i giornali. Hanno paura della matematica. Tanti arrivano all’università senza saper non solo scrivere, ma nemmeno parlare. E non imparano a farlo neanche lì, perché quasi dappertutto stanno scomparendo gli esami orali, dove discuti con lo studente, gli chiedi di argomentare. Si dedicano alla chiacchierologia ed evitano le materie scientifiche. Li vedi nei banchi apatici, svogliati, sembrano privi di vita, di passioni. Evitano lo sforzo, evitano le sfide, non sono abituati a combattere, cedono alle prime difficoltà. A volte mi cadono le braccia. E come a me a tanti professori. Ed è giusto dirle queste cose, non si possono solo fare elogi ai giovani, ripetere demagogicamente che sono la speranza del futuro. Lo sono se si svegliano. Lo sono se qualcuno riesce a risvegliare in loro la voglia di sapere, di capire, di inventare, di lavorare. Ed è facilissimo farlo. Sì, è facilissimo. Prendete un gruppo di giovani svogliati che sembrano zombie e chiamateli a lavorare con voi su un progetto. Un progetto alto, ambizioso, un progetto difficile in cui c’è da faticare duro. E mettetevi a farlo con loro, in mezzo a loro, con energia, con entusiasmo, coinvolgendoli, dando loro incarichi e responsabilità. Lasciateli sbagliare ma che capiscano lo sbaglio fatto. Siate esigenti, molto esigenti perché devono sentire la durezza del compito e imparare a resistere, a non guardare all’orario, alla fatica ma solo alla meta. Finche non imparano che devono essere esigenti con se stessi. Stimolateli, rimproverateli, elogiateli, gridate, applaudite, esteggiate finché non diventate un gruppo dedicato alla meta. Allora vedrete fiorire delle meraviglie.Perché non sono i giovani che sono apatici, morti, ignoranti, pigri, siamo noi che non abbiamo capito che l’essere umano è, nel profondo, un combattente, che ha al suo interno una spinta irrefrenabile a salire in alto. È questa che bisogna risvegliare. Ma non la si risveglia con il «poverino, poverino» e con la pigrizia. E la si uccide con l’indifferenza. La si risveglia solo additando una meta e dimostrando, con il tuo esempio, che ci credi e che sei pronto a batterti insieme a loro per raggiungerla. Come hanno sempre fatto i grandi educatori, i grandi scienziati, i grandi generali. Cesare dormiva su un lettuccio da campo fra i suoi soldati e si lanciava nella battaglia con loro. E vincevano sempre. “Fonte: pubblicato nel Corriere della Sera 07/03/2005

In alto i cuori,

SGZ

Weltroni leader del pressapochismo? Lunedì, Mar 3 2008 

Ringrazio Marianna Rizzini che ha riassunto lo stile weltroniano proponendo il suo articolo del Foglio del 25 febbraio.

“La ragazza, Marianna Madia, non c’entra. Nel senso che non è colpa sua essere stata scelta da Veltroni come capolista del Pd per la circoscrizione Lazio 1. Non è colpa sua aver avuto la possibilità di lavorare con Enrico Letta all’Arel e con Giovanni Minoli in tv. Non è colpa neppure sua essere alta, bella e bionda, come hanno scritto i giornali, né aver avuto per fidanzato il figlio del presidente Napolitano o aver fatto il bagno all’Ultima Spiaggia di Capalbio. La ragazza, che per ora non conosciamo personalmente, sarà sicuramente brava, studiosa, lavoratrice, piena di voglia di fare e di buttarsi in un’esperienza che, parole sue, le è arrivata addosso inaspettatamente dieci giorni fa. Non è colpa sua neppure aver accettato (lo avremmo fatto tutti, probabilmente) e chi la critica per questo appare soprattutto invidioso. Però. Però diciamolo: lei non c’entra, ma W sì. Il segretario del Pd voleva con sé la società civile, voleva le facce nuove (e quindi via De Mita). Nuove, però, non significa necessariamente inesperte in politica, come se l’ìnesperienza fosse, per il Pd, un valore in sé – perché l’inesperto non è stato lambito dalla “casta”, ci si chiede? Che cos’è, un farsi più dipietrista di Di Pietro?
L’ha detto Marianna stessa, alla conferenza stampa di presentazione: “Sono inesperta”, porto in questo partito la mia inesperienza. E W sorrideva, felice. Di nuovo, Marianna non c’entra. L’ha detto perché l’inesperienza sembra a tutti gli effetti essere un punto d’onore del partito di W. Ma è sicuro, Walter, che le facce nuove debbano proprio essere tutte così politicamente nuove? Va bene cercare di stupire l’elettorato con liste non stantie, ma allora non si può negare che le sezioni ex ds e le sedi locali della Margherita pullulassero di facce carine, giovani e già da tempo occupate nel campo e pure nel progetto Pd. Ma queste facce, per ora, non sono capolista da nessuna parte. Marianna sicuramente imparerà in fretta, ma perché non affiancarle, in Piemonte o Toscana, per esempio, facce (altrettanto nuove) che abbiano già imparato?”

di Marianna Rizzini

Cultura d’area: Romualdi Martedì, Feb 26 2008 

Finis Europae 

 

 Ogni anno, quando aprile volge alla fine e il vento di primavera impolvera le strade, la rumorosa celebrazione del 25 Aprile ci strappa dagli abituali pensieri per richiamare alla nostra coscienza la tragica fine della guerra. Il crollo politico e spirituale dell’Italia e dell’Europa. In verità nessuna occasione è più propizia per consentirci di valutare adeguatamente l’entità morale della catastrofe: le bandiere alle finestre per celebrare una sconfitta militare, il giubilo concorde del partito russo e di quello americano che, alla distanza di tanti anni, continuano a rappresentare gli interessi dei loro padroni contro l’interesse nazionale europeo, l’apologia e la celebrazione del 25 Aprile ci strappano dagli abituali pensieri e ci portano a quelli del massacro e dell’odio civile.
Ma, al di là dell’agiografia commemorativa, rimane la drammatica importanza dell’anniversario. Poiché la guerra la cui fine si celebra non fu solo guerra civile e mondiale ma la tragedia storica che ha portato alla detronizzazione dell’Europa e ha trasferito le insegne del comando del territorio del nostro continente alla Russia e all’America. Con questa tragedia il tramonto dell’Occidente, profetizzato da Spengler nel 1917, diviene una schiacciante, evidente realtà.
Vi sono epoche nella storia, spesso concluse nel breve giro di mesi o di anni, che ardono da lontano di inestinguibile chiarore, come isolate da un cerchio di luce sull’opaca scena della storia del mondo. Recinti da questa magica cintura di fuoco uomini ed avvenimenti riappaiono con irreale lentezza e ricchezza di particolari come l’estremo profilarsi di costruzioni inghiottite da un incendio che divampa all’orizzonte in una notte serena. Sono le epoche cruciali, quelle in cui l’angelo della storia batte con le sue grandi ali a sollievo o a terrore dei popoli e in cui, nel volgere di pochi, turbinosi eventi, si decidono i destini delle civiltà.
A queste epoche appartiene la seconda guerra mondiale, che segna la lotta estrema dell’Europa contro la morte politica e si conclude con la sua lunga, disperata agonia. In essa ogni breve episodio si cristallizza nella memoria dei secoli, ogni figura subisce una stilizzazione eroica, ogni battaglia diventa epopea e mito.
 L’agonia dell’Europa è lunga. Essa incomincia all’alba del 6 giugno 1944 quando il mare di Normandia, d’un tratto, nereggia di navi. È un’armata navale immensa e paurosa, la più grande flotta di tutti i tempi radunata per rovesciare sulle difese del Vallo Occidentale una marea di uomini e di armi. L’America, con le sue forze intatte ed il suo poderoso potenziale industriale scaglia centinaia di migliaia di soldati contro i bastioni della madrepatria europea. E’ la Nemesi storica che si volge contro il vecchio continente colpevole di non aver saputo garantire adeguate possibilità di vita a milioni di suoi figli e di averli lasciati fuggire oltre l’Oceano ad alimentare la forza della grande repubblica materialistica dei deracinés. La lotta divampa crudele sul bianco nastro costiero della penisola di Cotentin. Ogni minuto, ogni ora rimbomba di paurosi boati, di schianti mortali: è il giorno più lungo della guerra, come Rommel lo aveva chiamato. La difesa è impari ma disperata: «Gli uomini della SS – racconterà un superstite di parte americana – si gettavano sui nostri carri armati come lupi sulla preda. Ci costringevano ad ucciderli anche quando ci saremmo accontentati di prenderli prigionieri». È il momento decisivo della guerra: se gli Americani vengono ributtati a mare, se le difese del Westwall tengono, la grande invasione del continente potrà essere ritentata tra due, tre anni. In quel tempo tutto potrebbe cambiare. Ma la schiacciante superiorità delle forze e il totale dominio dell’aria decidono la lotta.
 Se il pensiero ripercorre quegli avvenimenti si fissa su alcuni ossessivi dettagli che portano il segno della fatalità. Così la mancata utilizzazione della segnalazione del controspionaggio tedesco che aveva individuato la parola d’ordine dell’invasione diffusa in linguaggio cifrato dalle emittenti inglesi; così l’assenza di Rommel, in visita alla moglie per il compleanno di lei. Ma, due giorni prima dello sbarco di Normandia, ben altro presagio si era mostrato a segnalare sciagura e fine per l’intero continente: la caduta di Roma. Roma la città creatrice della civiltà dell’Occidente il 4 giugno era stata occupata dalle truppe alleate. Pure, sulla via di Roma, dal lontano gennaio in cui erano sbarcati nel porto di Anzio, gli Americani avevano lasciato caterve di morti. E su questo medesimo fronte si erano verificati alcuni oscuri fatti d’armi, piccoli nella cronaca generale della guerra, ma gravidi di significato per l’onore del nostro popolo: per la prima volta dopo l’otto settembre soldati italiani avevano combattuto in prima linea contro l’invasore.
In aprile, dopo l’incontro con Hitler a Klessheim, Mussolini aveva visitato le divisioni italiane addestrate in Germania. Con giubilo indescrivibile Mussolini era stato accolto da un unico grido levatosi dalle bocche di quei dodicimila uomini: «A Nettuno! A Nettuno!». Ora quella prima invocazione alla lotta e al sacrificio aveva trovato conferma nel sangue. Il battaglione Barbarigo, insieme ai volontari delle SS italiane, aveva tenuto valorosamente il fronte tra Borgo Piave e il lago Fogliano. Di mille ne rimasero meno di 400. Ad Ardea e a Pratica di Mare i giovanissimi della Folgore compirono prodigi di valore. Anch’essi si fecero uccidere fino all’ultimo uomo muovendo all’assalto dei cari nemici col moschetto e, all’occorrenza, anche col pugnale. Di 980 andati in linea il 31 maggio, il 3 giugno non ne rimanevano che 30. E questi trenta eroici disperati, ritirandosi verso Roma col cuore pieno d’angoscia per la scomparsa dei loro camerati, ancora trovavano la forza di fermarsi, di piantare le mitragliatrici, di scagliare le ultime, rabbiose raffiche contro il nemico.
Il crollo del Vallo Atlantico e la occupazione della Francia, portata a termine per i primi di settembre, costituirono il primo esempio di “liberazione” in grande stile e, conseguentemente, la grande prova generale del nuovo costume “liberatorio”. L’Europa, che ancora non aveva avuto modo di impratichirsi nella nuova moda politica, trattenne il respiro di fronte ai nuovi orrori, di marca prettamente democratica. «Oh libertà, quanti delitti si commettono in tuo nome!»: queste parole che Madame Roland pronunciò salendo alla ghigliottina costituiscono il miglior commento alla sanguinosa carneficina con la quale si tentò di distruggere tutti quei francesi che avevano collaborato con la Germania per la creazione di un nuovo ordine europeo. Le vittime, secondo le dichiarazioni ufficiali di un ministro francese del dopoguerra, ascendono a oltre centocinquemila. Altri, innumerevoli, vennero stipati nelle prigioni rigurgitanti di uomini e di donne. I volontari antibolscevichi, che hanno bagnato del loro sangue la terra di Russia per difendere l’Europa dal comunismo, subiscono la crudele vendetta dei copartigiani rossi che li braccano, li massacrano, li seviziano. È un’immensa tragedia che prelude a quella che dilagherà in tutta Europa pochi mesi più tardi.
Tra le vittime della “libertà” sono alcuni dei migliori ingegni francesi: gli scrittori Céline e Chateaubriand, costretti all’esilio, Charles Maurras, che paga con l’ergastolo la sua battaglia contro il farisaismo democratico, Drieu La Rochelle, suicidatosi per la incapacità di sopravvivere in un mondo crollato, Brasillach, fucilato nel febbraio del ’45 dopo che, nel settembre dell’anno precedente, si era costituito per far liberare la madre. Brasillach non aveva mai svolto una vera e propria attività politica, non era mai stato iscritto a nessun partito. Ma aveva messo la sua opera di poeta e di scrittore al servizio di quella che riteneva la causa della gioventù europea. Nel carcere egli verga ancora gli ultimi scritti, i versi degli indimenticabili poemi di Fresnes: «Sento il dolore del mio paese con le sue città in fiamme – le sofferenze inflittegli dai suoi nemici e dai suoi alleati – sento l’angoscia del mio paese lacerto nel corpo e nell’anima – chiuso nella ferrea trappola della sofferenza».
* * * * *
Intanto, nella torrida estate che vede la liberazione della Francia, gli alleati risalgono la penisola italiana verso la Linea Gotica. Al Nord la Repubblica Sociale si prepara alla lotta più aspra e disperata. L’invasione del territorio nazionale, l’intensificarsi del terrorismo comunista richiedono una mobilitazione nazionale delle forze combattenti. Gli iscritti al partito, dei 18 ai 60 anni, vengono armati. Nascono così le Brigate Nere. L’anima di questa resistenza accanita, di questo nuovo Fascismo che ritrovato lo spirito e l’audacia delle squadre d’azione, è Pavolini. Giovane, dinamico, interessato ai problemi della cultura e scrittore egli stesso, Pavolini, che proviene da una delle migliori famiglie fiorentine, incarna l’energia disperata dell’ultima battaglia, la volontà della lotta ad oltranza. È lui che organizza i fascisti di Firenze per l’estrema resistenza nella città. A Firenze, sgomberata dai Tedeschi, i franchi tiratori fascisti resistono per una settimana. Uomini, donne, fanciulli, sparano dai tetti sugli alleati e sui comunisti. Dopo la fine della guerra un ufficiale americano, chi gli chiede quale città italiana gli sia piaciuta di più, risponderà: «Firenze, perché è l’unica città dove ho veduto degli italiani che hanno avuto il coraggio di spararci addosso». Malaparte dedicherà un’indimenticabile pagina de La Pelle alla descrizione della fucilazione di franchi tiratori e franche tiratrici fiorentine, ragazzi e ragazze di quindici o sedici anni che muoiono beffandosi dei loro carnefici gridando: «Viva Mussolini!». È l’unica pagina pulita e luminosa in quel libro così tetramente sudicio e opaco, l’unica nella quale il nome italiano esca onorato.
 Ma la grande, paurosa minaccia incombe da Oriente. Dalle tragiche giornate di Stalingrado il bolscevismo ha continuato la sua inarrestabile marcia verso Ovest. Nell’estate del ’44 esso forza le porte orientali d’Europa e dilaga nei Balcani. Il tradimento della Romania e delle Bulgaria permette ai sovietici di congiungersi con le bande di Tito e di entrare a Belgrado il 22 ottobre. Pochi giorni prima, il 15, mentre i Russi forzavano i passi dei Carpazi, Horthy aveva chiesto un armistizio. Fulmineamente i Tedeschi ristabiliscono la situazione formando un governo capeggiato dal maggiore Szalazy, il condottiero delle Croci Frecciate, sostenitore della resistenza all’ultimo sangue contro le orde sovietiche che dilagano in tutta l’Ungheria, bruciando, saccheggiando, stuprando. Contemporaneamente le truppe sovietiche hanno continuato la loro avanzata nel settore nord del fronte orientale. Ad agosto hanno occupato il sobborgo orientale di Varsavia, Praha, separato dalla Vistola dal resto della città. Nella capitale polacca divampa la rivolta. Essa sarà miseramente schiacciata dai Tedeschi sotto lo sguardo impassibile dei Russi che, di là dal fiume, assistono con soddisfazione al massacro delle ultime forze “borghesi” polacche. In settembre e in ottobre si compie la tragedia dei paesi baltici, rioccupati dai Russi. Ben trecentomila profughi seguono la ritirata delle armate tedesche mentre le forze superstiti della Wehrmacht si trincerano in una sacca in Curlandia.
La guerra divampa ormai alle frontiere della Germania mentre le città tedesche ardono, notte e giorno, in un continuo rogo di bombe. Ma la volontà di resistenza è incrollabile. Gli alleati insistono nell’offrire l’inconditional surrender. Dall’altra parte i Russi hanno eloquentemente chiarito le loro intenzioni massacrando fino all’ultima donna e all’ultimo bambino la popolazione del primo villaggio tedesco caduto nella loro mani. La risposta a tutto ciò sono le V1 e le V2, le micidiali armi nuove che portano il nome della vendetta (Vergeltung 1 und 2) e che volano oltre la Manica come frecce di fuoco. Di fronte alla minaccia d’invasione del suolo della Patria si decreta la mobilitazione totale. Nasce così il Volksturm, l’“uragano di popolo” nelle cui fila combattono vegliardi e giovinetti. Il 2 ottobre gli Americani giungono davanti alla prima città tedesca, Aquisgrana. All’intimazione di resa il comandante della piazza risponde che «una città dove sono stati incoronati 14 imperatori tedeschi non si arrende senza l’onore di un combattimento». La lotta divampa per venti giorni. Nel centro della città le SS si sacrificano fino all’ultimo uomo per permettere la ritirata dei difensori e la ricostituzione di un fronte sulla Roer che reggerà per ben 4 mesi. Dalle città arse, dalle vie ingombre di cariaggi e di feriti, dalle profonde foreste germaniche si leva ancora l’inno dei giovani hitleriani: «Tremano le fradice ossa del mondo – di fronte alla grande guerra – ma noi continueremo a marciare – anche quanto tutto ci cadrà intorno in pezzi».
 Pure, nel tumulto della guerra, la fine del 1944 arreca un poco di sollievo, un momento di tranquillità insperata, di nuova speranza. La fortezza europea è stata invasa ma sul fronte della Vistola, sulla linea Sigfrido, sulla Gotica, in Ungheria la situazione tende a stabilizzarsi. Il mondo si copre di un manto di neve che, come il cielo nebbioso che impedisce il volo ai bombardieri alleati, sembra distendersi a sollievo e protezione dell’Europa. Sono ancora possibili giornate di speranza, di euforia, come quella in cui Mussolini parla a Milano, al Teatro Lirico. All’uscita, una folla indescrivibile gli è intorno, lo saluta col braccio levato, si accalca gridando enfaticamente “Duce, Duce!». È l’ultimo discorso di Mussolini e l’ultimo trionfo. Egli ha parlato con moderazione e fermezza, ha illustrato le realizzazioni della Repubblica, ha polemizzato coi Tedeschi. L’eco è immensa in tutta l’Italia che deve ammettere che il Fascismo è riuscito è riuscito a superare la crisi del 1943, che ha ancora uomini e chances, e che, soprattutto, può ancora affascinare i giovani.
Ma ben altra speranza viene dal fronte occidentale. Un giorno di dicembre l’esercito tedesco, che tutti danno per spossato e boccheggiante, passa violentemente all’offensiva. Le SS escono dalle loro buche nevose e travolgono le sorprese ed impreparate difese americane. È la battaglia delle Ardenne, il canto del cigno della Wehrmacht. Obbiettivo, Anversa, il grande porto belga senza il quale gli Americani non potrebbero continuare l’offensiva contro la Germania. È la estrema, geniale mossa di Hitler, che tenta di ripetere la manovra del 1940, la frattura del fronte nemico e l’insaccamento di una parte di esso. Per quest’ultima, disperata sorpresa si è provveduto al possibile e all’impossibile. Skorzeny, il leggendario liberatore di Mussolini, passa le linee con soldati travestiti da americani cambiando i cartelli stradali e creando lo scompiglio nelle retrovie nemiche. Per un istante il sole della vittoria risplende ancora sulla rossa bandiera crociuncinata. Ma è l’ultimo barbaglio di un astro cadente. Presto la schiacciante superiorità nemica ristabilirà l’equilibrio.
 È così che, al principio del 1945, si leva il sipario sull’ultimo atto della tragedia europea. Simbolicamente la prima città martire è Budapest, circondata il 24 dicembre e assediata fino al 20 febbraio. Le Croci Frecciate versano il loro sangue a fianco dei militi tedeschi. È da quel sangue che nascerà la scintilla della rivolta del 1956. Poi è la volta delle provincie orientali tedesche, raggiunte dall’offensiva sovietica del 12 gennaio 1945. Il Gauleiter slesiano Hanke aveva battezzato i lavori difensivi apprestati contro i Russi “Unternehmen Barthold”, l’operazione Barthold, dal nome del leggendario margravio tedesco che fermò i Mongoli in Slesia. Ora sono veramente le nuove orde di Gengis Khan quelle che vengono avanti. La guerra sembra ritornata ai tempi primordiali, quando lo stupro e il saccheggio erano il premio del vincitore. «Soldati dell’Armata Rossa! – scrive in un proclama propagandistico il raffinato letterato ebreo Ilija Ehrenburg – prendete le donne tedesche, umiliate il loro orgoglio razziale!». Mai nessun invito fu più fervidamente preso sul serio. Anche le bambine vengono ripetutamente violentate da dieci, venti soldati fino a morire di dissanguamento. Di fronte ad un così efferato nemico ogni viltà, ogni ritirata, è un crimine intollerabile.
In Italia il terrore slavo infuria sul Carso. Militari e civili vengono seviziati, uccisi gettati nelle cupe voragini dette foibe. Ancora adesso quella terra restituisce gli scheletri dei “giustiziati”, l’uno incatenato all’altro col filo spinato, il vivo accanto al morto che col suo peso trascinava il compagno nell’abisso. È alla Repubblica Sociale che spetta l’orgoglio di aver compiuto l’estrema difesa dell’italianità della Venezia Giulia. Negli ultimi giorni di sfacelo i militi fascisti si dirigono verso il fronte orientale per tentare di salvare il diritto dell’Italia in quelle terre.
 Siamo ormai all’epilogo. Il 20 aprile, giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno, Adolf Hitler ha preso la drammatica decisione di rimanere a Berlino fino alla fine. I manifesti annunciano alla popolazione, ignara della sua presenza in città, che «il Führer è a Berlino, il Führer rimarrà a Berlino, il Führer difenderà Berlino fino al suo ultimo respiro». Il 23 tutte le sirene suonano: i Russi sono penetrati nei quartieri orientali della città. Incomincia l’ultima battaglia. I giovani hitleriani, in calzoni corti, si gettano sui carri nemici. Particolare significativo: gli ultimi difensori della Cancelleria del Reich non sono tedeschi ma i norvegesi della divisione SS Nordland e i francesi della Charlemagne. Il 30 aprile Hitler si uccide. Il rogo divampa nel cortile della Cancelleria mentre gli ultimi fedeli alzano il braccio nel saluto. Il giorno seguente lo seguirà Goebbels con la moglie e i figli. Lascia scritto: «Credo che in un momento come questo la nostra causa abbia bisogno di esempi più che di uomini».
Anche per l’Italia è giunta l’ora della sua più grande tragedia storica. Gli alleati dilagano ormai oltre la Linea Gotica, invano contrastati dai soldati repubblicani sul Senio e sul Reno. Le bande partigiane possono finalmente scendere al piano per mietere i frutti dell’altrui vittoria. Frutti di sangue. La parola d’ordine è “Uccidete il fascista ovunque lo trovate”. Lo sterminio dei fascisti è sempre legittimato anche quanto si tratta dei 120 allievi diciassettenni della Guardia Repubblicana di Oderzo, arresisi pattuendo di aver salva la vita, o dei prigionieri di Schio, uccisi a tradimento all’interno del carcere. Non è disordinato tumulto o ira di popolo ma una sistematica, precisa disposizione del partito comunista che vuole sbarazzarsi per tempo di tutti gli uomini che possano ancora lottare per impedirgli di prendere il potere. Gli ultimi difensori della Repubblica Sociale, sorpresi dalla catastrofe e dal tradimento dei comandanti tedeschi in Italia, che si arrendono separatamente agli alleati, vengono catturati, disarmati, fucilati. Nel caos finale risplende il miraggio della ridotta in Valtellina, dell’ultima battaglia combattuta tra le nevi eterne delle Alpi. Ma il destino ha deciso le sorti dei capi fascisti e del Duce. Essi condividono il martirio degli oscuri 60.000 assassinati in questa settimana di passione. «Mirate al petto!»: queste le ultime parole di Mussolini trapelate dal silenzio ufficiale imposto dai dirigenti comunisti agli esecutori materiali della fucilazione.
Adriano Romualdi
Brano tratto da Le ultime ore dell’Europa, Edizioni Ciarrapico, Roma 1976.
tratto da: www.centrostudilaruna.it
 

Fini e il ‘68 Giovedì, Feb 14 2008 

Fini: il ‘68 occasione persa

A 40ennale Casini e Aznar sparano a zero e lui fa mea culpa

(ANSA) - ROMA, 2 FEB -Fini riscopre il ‘68. Il centrodestra, ammonisce il leader di An, non commetta l’errore di 40 fa quando lascio’ alla sinistra la contestazione. Errore che determino’ una frattura insanabile con il mondo giovanile. Fini ha spiazzato cosi’ gli altri due ospiti al convegno della fondazione Liberal, Aznar e Casini che si erano lanciati invece in un duro atto di accusa. ‘Piu’ che di ‘68 -ha detto Fini- dovremmo parlare di contestazione giovanile, movimento che aveva uno spirito tutt’altro che negativo’.

Uno spirito tutt’altro che negativo. Beh, Presidentissimo questa dovrà spiegarcela. Quale spirito? Quello dell’abbattimento del sistema meritocratico nella scuola e nel lavoro? Quello del pacifismo a oltranza e del monopolio culturale? O magari quella dell’annientamento del rispetto per le Istituzioni in cui la Destra, con alti e bassi, ha sempre creduto?

Presidentissimo (mi perdoni, da qualche tempo a questa parte amo chiamarla così) Lei ha avuto la fortuna (che poi è stata anche dei nostri genitori) di essere educato fino alla maggiore età in una scuola, quella italiana, ancora pregna dei precetti gentiliani i quali, come mi insegna, sono frutto di una evoluzione della dottrina haegeliana, fondata su dovere, disciplina del corpo e della mente, sana e gagliarda ambizione; una scuola figlia di un filosofo brutalmente assassinato, odiato dalla sciatta sinistra massimalista, osannato dal MSI prima e da Alleanza Nazionale poi. Non vorrà che il grande Ministro siculo ora si rivolti nella tomba!?

1968. Lei iniziava la sua militanza nella Giovane Italia, presumo senza essere a conoscenza dei fermenti ideologici e culturali che scuotevano (uso il termine con accezione positiva) il mondo della destra giovanile. Qualcuno aveva ben compreso il senso di quel moto “rivoluzionario”che due anni prima aveva infiammato i College americani ed ora si propagava in Europa; qualcuno aveva saputo “drenare” dalla piena sessantottina novità ideali che, sapute sfruttare con impegno e onestà intellettuale, potevano opporsi ai dementi slogan del Movimento studentesco e alla sua capacità (questo lo riconosco) di aggregazione.

Di chi sto parlando mi chiederà. Sto parlando del Fuan Caravella e di Primula goliardica, quei leggendari gruppi giovanili che, stanchi del nostalgismo delle sedi del MSI, volenterosi di rendersi partecipi di un momento della Storia italiana da non tramandare solo a “sinistra” hanno partecipato alla battaglia di Villa Giulia. Peccato che la loro esperienza fu distrutta da quei volontari nazionali, guidati proprio da Giorgio Almirante. Almirante, mi pare ricordare essere stato il Suo padre poliotico, che Le diede il ” La” per guidare la transizione del MSI ad AN e per portare il Partito al rapido dissolvimento in questo A.D. MMVIII che non dimenticheremo facilmente.

Che dirLe ancora Presidentissimo: i conti vanno fatti non solo in termini di voti ma anche di coscienza, soprattutto di coscienza. Non è mai troppo tardi. Ci pensi!

Marco Petrelli

Responsabile della Facoltà di Lettere per Azione Universitaria Firenze

San Valentino: la Storia Giovedì, Feb 14 2008 

Secondo quanto narra la tradizione, dopo che Valentino fu decapitato a Roma per ordine del prefetto Placido e sepolto nel cimitero sulla via Flaminia, i suoi discepoli Procolo, Efebo e Apollonio ne disseppellirono nottetempo il corpo, lo trasportarono a Terni, la città che a Valentino aveva dato i natali e di cui egli era stato vescovo, e qui, su di un colle non lontano dall’agglomerato urbano, provvidero a dargli una sepoltura provvisoria. Successivamente, fu scavata nello stesso luogo una tomba, che costituì l’Oratorio primitivo. Dopo l’Editto di Milano del 313, con il quale l’imperatore Costantino concedeva ai cristiani la libertà di culto, il popolo ternano volle costruire, al posto del primitivo Oratorio, una Basilica.Appare certo che su quel colle esistesse, fin dall’epoca pagana, un’area cimiteriale.

 

Le ricerche archeologiche condotte a Terni hanno chiaramente dimostrato che l’antica Interamna contava due necropoli distinte: una, antichissima, risalente addirittura alla prima età del ferro, interamente pagana, scoperta nel 1885 in località Sant’Agnese; l’altra, ascrivibile a un’epoca più recente, rinvenuta appunto nella zona adiacente al luogo ove sorse la Basilica valentiniana.Scrive Padre Fusciardi a proposito di questa zona cimiteriale: “Da un accurato esame del vasto materiale epigrafico e di sculture tornate in luce in questa località in epoche diverse, e che disgraziatamente solo in parte ci è stato conservato, emerge con evidenza come quella zona fosse tenuta in grande considerazione dagli antichi Interamnati e che basterebbe per sé sola, se non ci fossero altre prove storiche e monumentali, a dimostrare la magnificenza di questo municipium sp1endidissimum”. Una notevole quantità di materiale fu rinvenuta in quest’arca: cippi marmorei che originariamente dovevano costituire basamenti di statue, erme, trabeazioni per edifici di notevole importanza, olle cinerarie, urne marmoree per colombari; ma, oltre a reperti chiaramente risalenti all’epoca cristiana, furono qui ritrovati anche santuari dedicati a divinità pagane, mausolei appartenenti a personaggi di rilievo della società romana, quali militari, magistrati, tribuni della plebe, giureconsulti ecc.

Numerose iscrizioni, riportate alla luce tra il 1605 e il 1618, periodo in cui fu ricostruita la Basilica di San Valentino ed edificato l’annesso convento, testimoniano inequivocabilmente che in quest’area cimiteriale cristiana sorgeva già una necropoli pagana”.Per quanto concerne più specificamente l’identità cristiana di questa zona, esistono indizi archeologici tali da renderla certa: uno di questi è costituito senz’altro dalla stessa Basilica “ad corpus” di San Valentino e degli altri martiri ricordati dal Martirologio Geronimiano, che rispecchia da un lato l’uso, attestato nella Chiesa primitiva, di non rimuovere i corpi dei santi martiri dal luogo della loro sepoltura, dall’altro il desiderio da parte dei semplici fedeli di farsi seppellire accanto ai martiri nella convinzione di godere in tal modo della loro particolare protezione, nonché di partecipare dei loro meriti.In conformità con tale tradizione sarebbero stati edificati, proprio accanto alle tombe di Valentino e degli altri martiri e semplici fedeli, dapprima l’oratorio, ovvero una “cella memoriae”, e, in un secondo momento, la sontuosa Basilica.Afferma a questo proposito Piero Adorno, avanzando pure un’ipotesi circa la data a cui si potrebbe far risalire la prima costruzione della Basilica: “Proprio nel luogo della tomba dovette sorgere, abbastanza per tempo, la basilica dedicata alla sua memoria, più volte distrutta e ricostruita.

Difficile stabilire le date esatte; tuttavia la collocazione stessa dell’edificio, fuori delle mura della città, in zona cimiteriale e sopra la tomba del martire, conferma l’ipotesi secondo la quale la prima costruzione risalirebbe al IV secolo”.Secondo l’opinione di Cinzia Perissinotto, “l’esistenza di un edificio di culto risalente almeno al V secolo è documentata, oltre che dal Martirologio Geronimiano, anche da un frammento di pluteo con decorazione a pelte o squame, ascrivibile appunto a questo periodo, conservato nella piccola raccolta archeologica esistente negli ambienti sotterranei della chiesa”.Durante un lungo arco di tempo che va dal secolo VIII al XV, l’edificio, che continuò a essere utilizzato, subì probabilmente interventi di restauro e di consolidamento.Quando, in conformità con le nuove direttive scaturite dal Concilio di Trento, conclusosi nel 1563, i primi visitatori apostolici andarono sul colle di San Valentino per vedere la grande basilica menzionata nei calendari e nei martirologi medievali, trovarono una costruzione in pessime condizioni, della quale, pertanto, venne ordinato il rifacimento.Ma, in realtà, gli interventi per il recupero della chiesa furono pochi e assai ridotti.Fu tra la fine del XV e l’inizio del XVII secolo che, sulla scia della politica urbanistica inaugurata da papa Sisto V, si dette inizio a una vasta opera di ristrutturazione delle antiche basiliche e di attuazione di scavi archeologici volti al ritrovamento e al recupero di reliquie.
In questo contesto si colloca il rinnovato interesse per il cimitero valentiniano e per l’attigua basilica.

 

L’arca del santo e martire ternano fu rinvenuta durante gli scavi del 1605, effettuati nella Basilica al fine di ricercare i corpi dei martiri che si diceva fossero lì sepolti: l’urna, secondo la descrizione che ne fa il Boldetti, “era rustica nel di fuori ma dentro vagamente intagliata a rilievo e con una croce della grandezza d’un braccio”. La Carini Gentili ha dedicato alla tomba di San Valentino un approfondito studio, nel quale fa il resoconto dei suddetti lavori nei termini seguenti: “Scavando dietro l’altare per tutto l’ambito del Coro, si rinvennero vicino al muro e di prospetto al Coro medesimo, due altari di marmo, l’uno sovrapposto all’altro, ai quali si poteva accedere da una «grotta» allora ricoperta, «che circonda dal di dentro la tribuna»; nella faccia interna della mensa dell’altare subalterno, si vide dipinta una croce rossa tempestata di gemme, ai lati della quale e rivolti ad essa erano effigiati due animali, ritenuti cavalli (rappresentazione questa che si ritrova talvolta nella epigrafia cristiana), ma che potevano anche essere agnelli.Dipinto sulla parete c’era un carro, simboleggiante quello sul quale la leggenda dice che fosse trasportato il corpo di S. Valentino; si ebbe allora la certezza che lì riposasse la salma del Martire. Infatti, il 21 giugno 1605, sotto il Coro, si trovò una cassa di piombo racchiusa in un’urna di marmo, rotta un poco da un lato… Nell’arca plumbea vennero rinvenute le ossa del Santo, con il cranio non completamente sano, diviso dal busto”.È interessante notare che la separazione della testa dal busto potrebbe costituire un’ulteriore significativa prova della decapitazione di Valentino.

Entrammo nella vita dalla porta sbagliata, in un tempo vigliacco e con la faccia sudata Martedì, Feb 12 2008 

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