Fatti di cronaca natalizia Mercoledì, Dic 12 2007 

Ieri si diceva di rispettare le altre culture, Vattimo strutturava il pensiero debole, le nostre città si riempivano di arcobaleni.

Oggi, 12 dicembre 2007, Firenze è sguarnita di addobbi natalizi, piazza indipendenza è decorata da un candelabro ebraico per la Hannukah e le insegnanti vietano di disegnare Gesù Bambino perché “è una scemenza associarlo al Natale”.

Davanti a ciò stabilire la conseguenza dei fatti che ha portato a questo punto può essere fatto con dovizia di particolari per il piacere degli storici, dei teorici e degli studiosi. A me, più precisamente, interessa sapere quali reazioni ha suscitato questo nuovo “successo” laicista. Non sono ancora usciti i commenti dell’accaduto, c’è da immaginare che un nutrito gruppo di credenti, di politici filo-clericali, di capi di comunità religiose e associazionismo vario si scagli contro la signora. Al pari ci sarà ovviamente chi difenderà la libertà di insegnamento del corpo docente, chi conterà le teste dei cosiddetti ‘diversamente-credenti’ che devono essere tutelati nella loro diversità, supponendo così che non abbiano la capacità di discernere essi stessi.

Se qualcuno non conoscesse i fatti, li riassumo in breve. Un’insegnante di disegno della scuola elementare Villani, avendo richiesto agli alunni di disegnare ciò che per loro rappresenta il Natale, ha poi interrotto uno dei piccoli perché stava disegnando niente di meno che la capanna con Gesù Bambino! L’obiezione a tale “oltraggio” è stata che Gesù Bambino non è un simbolo del Natale. La madre si è recata a scuola per spiegazioni e la stessa docente ha sottolineato l’accaduto.

Se avessi la certezza che questa signora non arriva a comprendere i fatti più semplici, non infierirei. Purtroppo, però, la signora è docente ed è spalleggiata da altre colleghe. Il nodo importante a mio avviso sta nel clamoroso abbaglio reso verità istituzionale che poi genera confusione e quindi insicurezza negli alunni. Immagino che quanto sostengo sia opinabile, perciò mi spiegherò meglio: la docente ha applicato un semplice assioma relativista, per il quale tutte le ragioni sono uguali e nessuna può prevaricare le altre. A parte che democraticamente parlando il ragionamento non regge, essa ha così imposto la sua ragione. Inoltre la docente ha proprio richiesto di disegnare i simboli del Natale, per il gusto di arrivare a porre il veto sul Bambino, ovvero sul Cristianesimo.

Che si generi confusione nei bambini è immaginabile. Il fatto accaduto alla scuola Villani è emblematico della situazione attuale che vede alcuni docenti impreparati dal punto di vista storico, civico e morale e totalmente inadatti a educare i nostri figli al senso critico, al rispetto verso la tradizione comune e verso la storia e all’amore per la libertà individuale. Se si impedisce a un bambino di affermare una verità indiscutibile che insegnamento ne trarrà? chi non crede può discutere quanto vuole su Gesù… però è innegabile che il Natale sia una festa della cristianità.

Potrei chiedere, ma non lo farò, se non si rende conto la docente che tolto il significato religioso, rimane solo il tripudio al consumismo, e che quest’ultimo può essere digerito, forse, proprio alla luce della Rivelazione cristiana. Vorrei sinceramente sapere con quali simboli la signora maestra di disegno rappresenterebbe il Natale.

È quasi un autogol laicista, tanto è grossolana questa vicenda, ma purtroppo credo che sia arrivato dopo un percorso di silenziosa rinuncia alla verità, al senso critico e al rispetto verso se stessi. Quali garanzie di rispetto posso dare alle minoranze, se non rispetto prima di tutto me stesso?

Saba Giulia Zecchi

Evola e Jünger Giovedì, Dic 6 2007 

tratto da www.centrostudilaruna.it

Julius Evola, L'Operaio nel pensiero di Ernst Juenger Nonostante la paresi agli arti inferiori, cos’altro poteva fare un uomo che era sempre stato attivo intellettualmente, oltre che fisicamente, trovando intorno a sé un “mondo di rovine” non solo materiali, ma forse soprattutto spirituali? Non poteva fare altro che riprendere la sua attività di scrittore propositivo e polemista, di promotore culturale, nel tentativo di offrire le giuste “armi” metapolitiche per una nuova, buona battaglia, per quella che definì una “rivoluzione spirituale”.

E’ quanto fece Julius Evola a partire dal 1949; ma, mentre si conoscono benissimo i libriEvola scrisse.

Tra la fine degli Anni Quaranta e l’inizio degli Anni Cinquanta Evola cercò di riallacciare i contatti con quelle personalità straniere il cui contributo di idee poteva sembrargli utile nella nuova situazione politico-culturale del dopoguerra, sia che fossero suoi amici, sia che li conoscesse soltanto attraverso i loro scritti. Un atteggiamento “militante”, per così dire, consono alla sua personalità, e che non sempre trovò un adatto riscontro nei suoi interlocutori.

Ernst Jünger, L'operaio. Dominio e forma Una delle sue principali attività all’epoca, anche come fonte di sussistenza, era quella di tradurre libri, o di proporre alle case editrici opere che aveva già tradotte o che poi avrebbe tradotte, sempre muovendosi nell’ottica di far conoscere testi importanti per la battaglia politico-intellettuale di quel momento (si sa dell’infruttuosa offerta del Nietzsche di Reininger a Laterza, respinta da Croce, che provocò la rottura tra Evola e l’editore).

E’ appunto con questo intento che il 17 novembre 1953 egli scrisse a Ernst Jünger una lettera rimasta finora inedita. La lettera, che l’Archivio dello scrittore tedesco ci ha trasmessa circa un anno prima della morte di questo, a quanto pare è l’unica che Evola abbia scritta a Jünger o, quanto meno, è l’unica che l’Archivio abbia conservata. Essa verrà pubblicata nella nuova edizione de L’”Operaio” nel pensiero di Ernst Jünger, aumentata di altri scritti evoliani e in uscita presso le Edizioni Mediterranee.

Ernst Jünger, Heliopolis La lettera è tipica delle motivazioni ideali che spingevano Evola a prendere contatto con personalità da lui considerate affini: la richiesta di tradurre Der Arbeiter, vent’anni dopo la sua prima apparizione, sta nelle “analogie del primo col secondo dopoguerra”, sicché “la problematica prospettata in quel libro è di nuovo attuale”; il saggio, dunque, “potrebbe esercitare ancora un effetto di ‘risveglio’”. Se non esistono altre missive evoliane nell’Archivio Jünger, se ne deve dedurre che lo scrittore nemmeno rispose? Sembra strano, dato che all’inizio della sua lettera Evola afferma di aver ricevuto il romanzo Heliopolis con dedica: forse allora Jünger rispose negativamente ed Evola non insistette, decidendo allora di fare l’ampia parafrasi, spiegata e commentata, che apparve nel 1960 presso l’editore Armando e che adesso sta per essere ripubblicata.

Ernst Jünger, Sulle scogliere di marmo Evidentemente Jünger non aveva più quello spirito “militante” che ancora animava Evola: in parte lo dimostrano le opere pubblicate nel dopoguerra, che il filosofo italiano non sempre accolse positivamente, mentre aveva mostrato interesse e apprezzamento (sia per il contenuto sia per lo stile) nei confronti della produzione jüngeriana interbellica, compreso il romanzo “antinazista” Sulle scogliere di marmo, del quale nel 1943 segnalava il profondo senso simbolico. Stesso atteggiamento, peraltro, tenne anche Carl Schmitt: il tentativo evoliano di tradurre qualcosa di suo negli Anni Sessanta per l’editore Volpe fu un insuccesso, come dimostra l’epistolario tra i due.

Ernst Jünger, Trattato del ribelle Da queste lettere, infine, oltre all’atteggiamento attivo e propositivo di Evola emergono anche due notizie biografiche importanti: mentre si era incontrato personalmente con Schmitt e lo aveva conosciuto, ciò non era avvenuto per quanto concerne Jünger. La lettera del 1953 rappresenta il primo (e forse anche l’ultimo) contatto diretto tra i due, anche per un distanziarsi delle prospettive e degli interessi: come risulta dalle recensioni evoliane ad alcune opere di Jünger apparse in seguito (sia inedite che tradotte in italiano), mentre permane l’apprezzamento per lo stile si accentuano le critiche sui contenuti, tanto che tra le varie a disposizione Evola scelse e tradusse per Volpe, negli Anni Sessanta, solo Al muro del tempo, proprio perché aveva punti di contatto e riferimento con L’Operaio (Al muro del tempo viene ora annunciato da Adelphi, ma si può scommettere che l’edizione evoliana sarà ignorata).

Julius Evola, Cavalcare la tigre La critica man mano più accentuata delle nuove posizioni dello scrittore tedesco da parte di Evola fa sì, certe volte, che non vengano messe in evidenza le reciproche consonanze, almeno nell’immediato dopoguerra. Il filosofo tradizionalista non ha una buona opinione, ad esempio, di Der Waldgang (in Italia reso come Trattato del Ribelle), mentre, ad una attenta analisi, si può constatare che parecchie delle posizioni esistenziali e psicologiche di “Colui che va nel bosco” sono simili a quelle espresse, proprio in quello stesso periodo (1950-’51) da Evola in Orientamenti e, dieci anni dopo, in Cavalcare la tigre: infatti, per fare un solo esempio, la jüngeriana “via della salamandra” ha molti contatti con l’”apolitia” evoliana. Lo scopo è lo stesso: passare indenni attraverso la combustione della Modernità.
che egli meditò e scrisse intorno a quel periodo, le opere che revisionò, gli articoli che pubblicò, assai meno si sa della sua funzione di organizzatore culturale, sia nei confronti dei giovani che allora facevano riferimento a lui, sia nei confronti di personalità all’estero, e questo perché le uniche fonti su cui ci si può basare sono i ricordi dei protagonisti e le lettere.

tratto da www.centrostudilaruna.it

La possente industrializzazione dell’economia cubana Giovedì, Dic 6 2007 

Sembrerebbe uno di quei titoli satirici che, mensilmente, appaiono su Livornocronaca. Ma, se è vero che l’ apparenza inganna, non mentono i manifesti del Collettivo NOSMET, sigla politica della sinistra radicale di Scienze della Formazione, Firenze.

Perdonerete se, in queste righe, userò iltermine “Magistero” per indicare la facoltà… nostalgismo di un vecchio studente magistrale, nient’altro.

Il 6 dicembre 2007 la facoltà di via del Parione è stata teatro di una apologetica conferenza su Ernesto Guevara detto CHE, con il chiostro addobbato ad arte, una coreografia di cartelloni, fotografie in puro stile ‘68, saltata fuori dall’album dei ricordi della Statale o della Sapienza occupata.

Ognuno di quei cartelloni lancia un messaggio chiaro: el “CHE” rivoluzionario, el “CHE” eroe dell’America Latina, el “CHE” il solidale, el “CHE” brutalmente assassinato dall’ennesimo complotto della CIA, in puro stile Wilbur Smith…

Ma ciò che più colpisce è quella scritta: “POSSENTE INDUSTRIALIZZAZIONE CUBANA”, iniziata, secondo i Gervaso del NOSMET , con il colpo di mano che nel 1959 portò Fidel Castro al potere a La Habana. Letto con un’ ottica meno parziale, non una revolucion ma un golpe che sostuisce il corrotto regime di Fulgencio Batista con la democrazia diretta di stampo moscovita.

Insomma, da un despota all’altro, in puro stile sudamericano. Senza contare che non vi fu una effettiva industrializzazione dell’ isola, quanto un piano di eliminazione di tutte quelle imprese capitaliste (alberghi, casinò, industrie di rum e sigari) che fornivano un pò di ricchezza al popolo cubano. Quei simboli della corruzione morale tolti dalle mani degli occidentali e messi nelle mani del governo rivoluzionario: soldi a palate per l’ industria del terrore di Castro, per le armi, per gli agi del comando. Quei simboli deleteri di un mondo sbagliato che, pochi decenni dopo, tornano in tutto il loro splendore per la gioia di turisti (soprattutto europei e americani) e dell’ economia di Stato. Economia sempre meno socialista e sempre più liberista, su modello cinese: città ricche, hotel di lusso, grande circolazione di denaro e sobborghi di desperados costretti ad acquistare al mercato nero ciò che il misero mercato comune non può fornire.

L’ apertura di Cuba a questa nuova forma di commercio e di ricchezza ha spinto l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale sulla grande povertà che continua a serpeggiare sull’ isola caraibica. Castro, dal canto suo, continua a sostenere il legame tra la povertà e l’embargo USA del 1962. In realtà, ricordiamolo, la repubblica popolare cubana in 48 anni di storia ha avuto notevoli finanziamenti da parte di URSS, partiti comunisti europei, fondazioni, al punto di riuscire a sostenere una guerra oltreoceano, in Angola, ove quindicimila soldati isolani persero la vita contro i governativi. Malgrado tali incongruenze, malgrado le scuole fatiscenti e gli ospedali infestati da ratti e insetti, malgrado la prostituzione minorile (tollerata da La Habana), malgrado il ritorno delle multinazionali con placido assenso del Lider Maximo, malgrado ciò che è stato denunciato addirittura dalla figlia di Castro in Italia si continua a osannare uno dei padri della rivolucion. Quel Che comunista che si fa ritrarre in Cadillac e polo Lacoste, mazza da golf in mano su un campo diciotto buche, mentre beve la Coca Cola (glielo concediamo, era la bevanda più amata da Krusciov) e fuma mezzo metro di sigaro; quell’uomo odiato dai suoi stessi companeros, (il Comandante Zero su tutti), per avere tradito gli ideali marxisti, per avere imposto il comunismo nelle campagne uccidendo e saccheggiando, quell’ uomo idolatrato su magliette e poster, simbolo più di marketing capitalista che non di vera economia solidale. Quell’uomo elevato al grado di eroe “più grande che abbia mai messo piede sulla faccia della Terra” (NOSMET), cui viene dedicato un seminario in una libera università, finanziando la conferenza con denaro dell’ ateneo fiorentino, denaro che viene dalle tasche di chi la rivoluzione la combatte nel quotidiano mantenendo lo studio dei figli, per il loro futuro, senza perdersi in una retorica deleteria e mendace.

Marco Petrelli

Analisi Criminale Giovedì, Dic 6 2007 

1962. Un romanzo shock scuote la morale pubblica occidentale: A clockwork orange (Arancia Meccanica).
L’ autore, Anthony Burgess, fervente cattolico, vent’anni dopo Orwell riproponeva il
arancia-meccanica.jpgpericolo del dilagare della società socialista e le sue conseguenze più immediate e devastanti: l’ uomo ridotto a macchina, ingranaggio del meccanismo statale che lentamente, ma inesorabilmente, come una gangrena, ditrugge l’ umanità del singolo, riducendolo a semplice strumento produttivo.
Perchè, parlando di criminalità, fare riferimento al socialismo reale e ad Arancia Meccanica? Alex, protagonista del romanzo, è immerso in un mondo privo di valori morali, di sensibilità ma, soprattutto, di umanità. L’ animo di Alex è vuoto, freddo: l’ educazione familiare talvolta è inefficiente se lo Stato, prima di tutto, non si occupa della formazione e della crescita morale e culturale dei cittadini.
E’ quindi scontata la radicale scelta di campo dei drughi . Essi dipendono dalla violenza che esercitano su deboli e inermi considerandola come fuga dalla realtà. Una droga fatta di colpi inferti e sangue che logora e che porta alla morte. Alex commette omicidio: l’ arresto e la detenzione rappresentano il decesso psicologico e morale della persona. I metodi stalinisti usati dal sistema carcerario un fallimento civile e politico.

A distanza di quarant’anni dalla pubblicazione dell’opera l’ Italia si trova a dovere fare i conti con una criminalità sempre più dilagante e difficdrughi_small.jpgilmente controllabile.
Certo, non apprendiamo da giornali e televisione di bande che picchiano barboni e anziani cantando Singing in the Rain , tuttavia comprendiamo come molti dei criminali italiani ed extracomunitari operino per fini e scopi per i quali un individuo con, un accenno di moralità, non arriverebbe a delinquere.
Quei nomadi, quei rumeni, quei magrebini che sempre più spesso popolano le testate dei giornali per furti e omicidi vanno contestualizzati al tipo di ambiente e di società dalla quale essi provengono.
muro_berlino_bn.jpgI paesi in cui il socialismo reale ha regnato indisturbatamente per oltre cinquant’anni sono stati spogliati di ogni considerazione, sensibilità, criterio di logica umana.
Paesi di forte identità cristiana (cattolica e ortodossa) come Bulgaria, Romania, ex Iugoslavia, Ucraina, Russia per decenni dominati dal cemento armato e dalla teoria massificatrice sono stati convertiti all’ ateismo di Stato. Ateismo che non li ha liberati dalle tenebre di ignoranza e religione, ha solo fornito lo strumento per devastare l’ animo di popoli che, alla vigilia della caduta del Muro, annaspavano nella putchta per mangiare due patate o affogavano la fame e la disperazione nell’ alcool. L’ uso di correggere la vodka con il metanolo nasce in questo periodo, in mancanza di risorse e materie prime. Generazioni di alcolizzati cronici, di gente che, in cambio di cibo e soldi, ha svenduta la persona propria e altrui, abbandonando dignità e autoconsiderazione.

Le teocrazie islamiche, feroci centri di rieducazione religiosa, opprimendo i cittadini – suddahmadinejad-thumb.jpgiti, sono centri di produzione terroristi e criminali comuni. Da una teocrazia si arriva nel paese ospitante sottomessi a ordini estremisti, poi propugnati da mullah (spesso e volentieri ignoranti e fanatici), o con il desiderio di evadere e cearsi una nuova vita. Il desiderio assoluto di ottenere denaro e felicità materiale subito spinge a delinquere, sovente nei modi peggiori.
La sinistra sostiene di imparare a conoscere la cultura e l’ origine degli extracomunitari in nome di una tolleranza pregna di ipocrisia. Sbagliato. E’ indispensabile invece comprendere la loro storia recente al fine di trovare possibili soluzioni per marginare l’ ondata di violenza che si annida in ogni sbarco e arrivo di clandestini.
Rispettare la legge, espellere, colpire duramente il crimine non è razzismo o insensibilità. Solo sdradicando alle radici questa odiosa gramigna è possibile sperare, in un futuro prossimo, in una convivenza realmente tollerante tra italiani e non. Il ripsetto dovrà essere reciproco. L’ obbedienza allo Stato italiano e alle sue leggi non opzionale ma un dovere.

Marco Petrelli

http://bargello.wordpress.com

Ritratto del sindaco Veltroni Giovedì, Dic 6 2007 

Veltroni democratico? Macchè, solo stalinista…

Piero Sansonetti, direttore di “Liberazione”, il quotidiano di Rifondazione Comunista, a proposito del neosegretario del Partito Democratico, scrive: «Nel Pd di Walter Veltroni non c’è più traccia del vecchio Pci? Credo che Veltroni assomigli molto più ad Amintore Fanfani che ad Enrico Berlinguer. Veltroni (che conosco da una vita, da quando aveva 17 annveltroni3.jpgi, e per il quale nutro anche un certo dissennato affetto) è un leader che considera la politica come una tecnica per il controllo del consenso e per la conquista e la difesa del potere. Non ha mai avuto una considerazione esagerata per i principi, o per le idee e i grandi progetti. O meglio, ha sempre giudicato gli ideali come strumenti di battaglia, come mezzi, duttili e mutevoli, da usare con parsimonia e senza mai farsene condizionare».
«Veltroniinnesto.jpg ritiene che la politica sia la capacità di appiattire il conflitto, metterlo in silenzio, ridurre il dissenso, creare ordine e gerarchia tra i vari interessi collettivi ed inviduali, in modo che ciascun interesse dipenda da un interesse superiore, e tutto costituisca una piramide, al vertice del quale c’è il potere, cioè la politica, cioè il bene: cioè lui. Del vecchio Pci credo che Veltroni non abbia ereditato né i valori (l’aspirazione all’uguaglianza, l’impegno sociale, la difesa dei più deboli, l’internazionalismo…) né una certa idea di battaglia politica, né la continua e sofisticata ricerca culturale. Ha ereditato un metodo politico (formidabile, ma un pò odioso)simbolopci.jpg che allora andava sotto il nome di stalinismo. […] Degli ex dirigenti del Pci che ancora oggi hanno un ruolo nella vita politica italiana Walter sicuramente è quello più profondamente legato alla vecchia visione stalinista. Ha traghettato questa visione nel Partito Democratico. Walter, scusate il paradosso, è il fondatore dello stalinismo democratico».
In sintesi cosa è successo? Che il comunista duro e puro ha dato dello stalinista al figlio prediletto del Pci. Dunque quale interpretazione dare a questo scontro interno alla sinistra?
Al diavolo i soliti tromboni della politologia italiana, da Sartori a Scalfari, sempre tutti impegnati a giustificare l’ingiustificabile.
Basta invece la saggezza popolare: il bue non smetterà mai di dare del cornuto all’asino…

 

tratto da www.latestata.net

FIRENZE Lunedì, Dic 3 2007 

Campioni di mistificazione Lunedì, Dic 3 2007 

Iniziativa: Che Guevara, un uomo e la sua eredità politicaSeminario di studi sulla figura di Che Guevara e la sua eredità
politica a quarant´anni dalla morte. Interverranno per l´Università di
Firenze, il prof.Marco Della Pina docente di Geografia economica e
politica ed il prof.Manuel Plana docente di Storia dell´America Latina.
Ingresso libero per gli studenti.
Data: giovedì, 06 dicembre 2007
Orario: ore 15
Sede: Facoltà di Scienze della formazione
via del Parione, 7 Firenze 

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Devo dire che, da responsabile di Lettere e Filosfia, mi sono già imbattutto in simili iniziative demagogiche, cui la presenza di docenti e rappresentanti delle istituzioni conferiscono una importanza e un rilievo fittizi. Non v’è la finalità di ottenere una analisi oggettiva del soggetto della discussione ma solo il desiderio di mistificarlo e renderlo presentabile al pubblico come il pubblico lo vorrebbe.

Già un anno or sono la Facoltà di Scienze della Formazione è stata teatro di una tavola rotonda sui fatti di Genova 2001. Un vero e proprio attacco allo Stato con ingiurie contro le Forze dell’ Ordine. Nemmeno un mese più tardi al Polo Scienze Sociali di Novoli è stato  ripropposto, nella stessa salsa, la medesima campagna accusatoria sui crimini cileni di Genova. In ambedue i casi presente Giuliano Giuliani, padre di Carlo, chiamato dal Collettivo NOSMET di via del Parione e da quello di Scienze Politiche a rendere la sua testimonianza. Un personaggio, Giuliani, non encomiabile per lo sfruttamento ideologico e lucroso della tragedia del figlio.

Ora, nella buona tradizione della sinistra fiorentina, tocca a Guevara. Mitizzato, esaltato, eroicizzato. Eppure, secondo altri guerriglieri di meritata fama, un assassino e un traditore della Rivoluzione: l’ accusa più feroce viene da un leggendario comandante sud americano, Zero, il quale ricorda nei sui scritti che il medico argentino dopo il ‘59 si lasciò andare agli agi del potere e della gloria.

Secondo studi recenti, invece, un fanatico, un criminale che, per esportare il socialismo non si tira indietro difronte all’omicidio di miseri contandini o, caso più eclatante, a rovesciare un regime legato alla CIA per istaurarne uno in cui la giustizia si misura con la miseria e la fame, la dignità, invece, con bambini costretti a prostituirsi per mantenere le famiglie.

Mi chiedo se, alla luce di ciò che Cuba ha vissuto dopo il 1959, sia il caso di celebrare Ernesto “Che” Guevara. La parola deve passare al NOSMET di Scienze della Formazione che, oltre a rispondere, dovrà spiegare se per iniziative culturali (pagate dall’ Università) intende apologie di assassini.

Marco P.

Resp. gruppo Caravella

Facoltà di Lettere – Firenze –

Appuntamenti Domenica, Dic 2 2007 

Ciao Ragazzi!!

come prima comunicazione del Giglio, informiamo tutti voi sugli appuntamenti costanti di AZIONE UNIVERSITARIA:

 Lunedì   h 21.30

Venerdì    h 19.30

 La sede è in via Santa Reparata angolo con via delle Ruote e resta aperta anche al di fuori di questi orari.

Altri appuntamenti riguardano i nuclei di Facoltà e li comunicheremo appena possibile!