consegna moduli ISEU Giovedì, Mag 8 2008 

Vista la situazione attuale riguardante le tasse universitarie e la consegna dei moduli del reddito abbiamo cercato una via per agevolare tutti gli studenti, supplendo in parte alle carenze dell’Ateneo.

AZIONE UNIVERSITARIA ha preso accordi con l’UGL per facilitare la consegna dei moduli, pertanto sarà presente un addetto al polo di Novoli. Potrete consegnare a lui il necessario senza dovervi recare al CAF.

Troverete il gazebo di AZIONE UNIVERSITARIA tutti i giorni con questi orari:

MARTEDì E GIOVEDì :  dalle 10 alle 12

LUNEDì-MERCOLEDì- VENERDì: dalle 15 alle 17

A partire da venerdì 9 maggio

Il Giglio

Torniamo in Università Venerdì, Mag 2 2008 

PROBLEMA TASSE

Un anno fa venne resa nota la nuova fasciazione delle tasse pubblicizzandola come equa e proporzionale; oggi l’Università si trova nelle condizioni di ammettere che aveva fatto male i calcoli.

Il problema si è complicato nel momento in cui l’Università decise che tutti gli studenti -tutti- avrebbero dovuto ripresentare la dichiarazione del reddito, l’ISEE, anche chi l’aveva già presentata in passato, e l’avrebbero dovuta presentare NECESSARIAMENTE al Caf di un solo sindacato e non più con l’autodeterminazione. Pena per chi non avesse presentato il suo reddito di entrare subito nella fascia di contributi più alta (quasi 2000 euro).

Noi studenti, in modo abbastanza trasversale, ci muovemmo perchè l’Università si rendesse conto di quanto stava per fare. Oltretutto ricordiamo che l’Università non può chiedere agli studenti più del 20% del finanziamento statale, per legge.

I fattori di danno erano molteplici. Presentare obbligatoriamente il proprio modulo del reddito al CAF di un unico sindacato, era quantomeno insensato. Azione Universitaria a riguardo ha mosso quotidiani nazionali e così in extremis il termine di consegna del modulo è stato prorogato di un mese circa per consentire agli studenti di portare il modulo al CAF del sindacato che preferivano.

Ma dal CAF volenti o nolenti bisognava passare. E quì arriva il successivo scivolone dell’Università che non avendo pubblicizzato adeguatamente il nuovo iter ha fatto sì che gran parte degli iscritti sia passata “di diritto” nella fasciazione da 2000 euro.

Inoltre, a ben guardare i dati, molti studenti iscritti a Firenze sarebbero dei Paperon de’Paperoni: la fascia più alta mette insieme i figli di Diego della Valle, di Montezzemolo e di Armani (perdonateci, i nomi sono esemplificativi), con la famiglia che avendo due case sfitte e un reddito medio arriva subito a sborsare 2000 euro, per non parlare del fatto che se la famiglia in questione avesse due o più figli all’Unifi pagerebbe interamente le due rette (le scuole private non sono così meschine, cara la nostra A.r.d.s.u.!).

Il sito degli Studenti di Sinistra offre delle cifre da cui chiunque può trarre chiare conclusioni. Pare che 30000 studenti non abbiano presentato l’ISEE, e quindi 30000 rette da 2000 euro più quelle che sono per reddito nella fascia più alta, a cui va aggiunto un 75% di studenti che pur essendo nelle fasce intermedie hanno visto un aumento considerevole delle tasse. L’università potrebbe a ragione dire che le fasce molto basse sono state preservate dall’aumento, ma è uno sguardo molto miope al dato d’insieme.

Inoltre sostiene il Rettore che quel 20% sul finanziamento statale è molto oscillante e pertanto non sarebbe il caso di provvedere a rimborsi adesso. La proposta avanzata da qualche dirigente di Ateneo è stata quella di restituire i soldi in servizi agli studenti che la media del 30. Se questo è vero, probabilmente l’Università ha capito cos’è il merito, ma lo applica a suo uso e consumo e non lo rende un criterio apprezzabile.

In conclusione, e per concludere in bellezza!, il Rettore ha prorogato il pagamento delle tasse universitarie alla fine di Maggio, e questo dovrebbe servire a ripresentare il modulo ISEE per coloro che non lo avessero fatto …ma attenzione attenzione è una proroga fittizia perchè la mora di 100 euro non ve la leva nessuno! (nb: è la mora sulla consegna del modulo ma allora che incentivo è a consegnare questo fatidico ISEE ??).

Lunedì, Apr 28 2008 

ROMA

CAPUT

MUNDI

A NOI !

Cultura d’area: Romualdi Martedì, Feb 26 2008 

Finis Europae 

 

 Ogni anno, quando aprile volge alla fine e il vento di primavera impolvera le strade, la rumorosa celebrazione del 25 Aprile ci strappa dagli abituali pensieri per richiamare alla nostra coscienza la tragica fine della guerra. Il crollo politico e spirituale dell’Italia e dell’Europa. In verità nessuna occasione è più propizia per consentirci di valutare adeguatamente l’entità morale della catastrofe: le bandiere alle finestre per celebrare una sconfitta militare, il giubilo concorde del partito russo e di quello americano che, alla distanza di tanti anni, continuano a rappresentare gli interessi dei loro padroni contro l’interesse nazionale europeo, l’apologia e la celebrazione del 25 Aprile ci strappano dagli abituali pensieri e ci portano a quelli del massacro e dell’odio civile.
Ma, al di là dell’agiografia commemorativa, rimane la drammatica importanza dell’anniversario. Poiché la guerra la cui fine si celebra non fu solo guerra civile e mondiale ma la tragedia storica che ha portato alla detronizzazione dell’Europa e ha trasferito le insegne del comando del territorio del nostro continente alla Russia e all’America. Con questa tragedia il tramonto dell’Occidente, profetizzato da Spengler nel 1917, diviene una schiacciante, evidente realtà.
Vi sono epoche nella storia, spesso concluse nel breve giro di mesi o di anni, che ardono da lontano di inestinguibile chiarore, come isolate da un cerchio di luce sull’opaca scena della storia del mondo. Recinti da questa magica cintura di fuoco uomini ed avvenimenti riappaiono con irreale lentezza e ricchezza di particolari come l’estremo profilarsi di costruzioni inghiottite da un incendio che divampa all’orizzonte in una notte serena. Sono le epoche cruciali, quelle in cui l’angelo della storia batte con le sue grandi ali a sollievo o a terrore dei popoli e in cui, nel volgere di pochi, turbinosi eventi, si decidono i destini delle civiltà.
A queste epoche appartiene la seconda guerra mondiale, che segna la lotta estrema dell’Europa contro la morte politica e si conclude con la sua lunga, disperata agonia. In essa ogni breve episodio si cristallizza nella memoria dei secoli, ogni figura subisce una stilizzazione eroica, ogni battaglia diventa epopea e mito.
 L’agonia dell’Europa è lunga. Essa incomincia all’alba del 6 giugno 1944 quando il mare di Normandia, d’un tratto, nereggia di navi. È un’armata navale immensa e paurosa, la più grande flotta di tutti i tempi radunata per rovesciare sulle difese del Vallo Occidentale una marea di uomini e di armi. L’America, con le sue forze intatte ed il suo poderoso potenziale industriale scaglia centinaia di migliaia di soldati contro i bastioni della madrepatria europea. E’ la Nemesi storica che si volge contro il vecchio continente colpevole di non aver saputo garantire adeguate possibilità di vita a milioni di suoi figli e di averli lasciati fuggire oltre l’Oceano ad alimentare la forza della grande repubblica materialistica dei deracinés. La lotta divampa crudele sul bianco nastro costiero della penisola di Cotentin. Ogni minuto, ogni ora rimbomba di paurosi boati, di schianti mortali: è il giorno più lungo della guerra, come Rommel lo aveva chiamato. La difesa è impari ma disperata: «Gli uomini della SS – racconterà un superstite di parte americana – si gettavano sui nostri carri armati come lupi sulla preda. Ci costringevano ad ucciderli anche quando ci saremmo accontentati di prenderli prigionieri». È il momento decisivo della guerra: se gli Americani vengono ributtati a mare, se le difese del Westwall tengono, la grande invasione del continente potrà essere ritentata tra due, tre anni. In quel tempo tutto potrebbe cambiare. Ma la schiacciante superiorità delle forze e il totale dominio dell’aria decidono la lotta.
 Se il pensiero ripercorre quegli avvenimenti si fissa su alcuni ossessivi dettagli che portano il segno della fatalità. Così la mancata utilizzazione della segnalazione del controspionaggio tedesco che aveva individuato la parola d’ordine dell’invasione diffusa in linguaggio cifrato dalle emittenti inglesi; così l’assenza di Rommel, in visita alla moglie per il compleanno di lei. Ma, due giorni prima dello sbarco di Normandia, ben altro presagio si era mostrato a segnalare sciagura e fine per l’intero continente: la caduta di Roma. Roma la città creatrice della civiltà dell’Occidente il 4 giugno era stata occupata dalle truppe alleate. Pure, sulla via di Roma, dal lontano gennaio in cui erano sbarcati nel porto di Anzio, gli Americani avevano lasciato caterve di morti. E su questo medesimo fronte si erano verificati alcuni oscuri fatti d’armi, piccoli nella cronaca generale della guerra, ma gravidi di significato per l’onore del nostro popolo: per la prima volta dopo l’otto settembre soldati italiani avevano combattuto in prima linea contro l’invasore.
In aprile, dopo l’incontro con Hitler a Klessheim, Mussolini aveva visitato le divisioni italiane addestrate in Germania. Con giubilo indescrivibile Mussolini era stato accolto da un unico grido levatosi dalle bocche di quei dodicimila uomini: «A Nettuno! A Nettuno!». Ora quella prima invocazione alla lotta e al sacrificio aveva trovato conferma nel sangue. Il battaglione Barbarigo, insieme ai volontari delle SS italiane, aveva tenuto valorosamente il fronte tra Borgo Piave e il lago Fogliano. Di mille ne rimasero meno di 400. Ad Ardea e a Pratica di Mare i giovanissimi della Folgore compirono prodigi di valore. Anch’essi si fecero uccidere fino all’ultimo uomo muovendo all’assalto dei cari nemici col moschetto e, all’occorrenza, anche col pugnale. Di 980 andati in linea il 31 maggio, il 3 giugno non ne rimanevano che 30. E questi trenta eroici disperati, ritirandosi verso Roma col cuore pieno d’angoscia per la scomparsa dei loro camerati, ancora trovavano la forza di fermarsi, di piantare le mitragliatrici, di scagliare le ultime, rabbiose raffiche contro il nemico.
Il crollo del Vallo Atlantico e la occupazione della Francia, portata a termine per i primi di settembre, costituirono il primo esempio di “liberazione” in grande stile e, conseguentemente, la grande prova generale del nuovo costume “liberatorio”. L’Europa, che ancora non aveva avuto modo di impratichirsi nella nuova moda politica, trattenne il respiro di fronte ai nuovi orrori, di marca prettamente democratica. «Oh libertà, quanti delitti si commettono in tuo nome!»: queste parole che Madame Roland pronunciò salendo alla ghigliottina costituiscono il miglior commento alla sanguinosa carneficina con la quale si tentò di distruggere tutti quei francesi che avevano collaborato con la Germania per la creazione di un nuovo ordine europeo. Le vittime, secondo le dichiarazioni ufficiali di un ministro francese del dopoguerra, ascendono a oltre centocinquemila. Altri, innumerevoli, vennero stipati nelle prigioni rigurgitanti di uomini e di donne. I volontari antibolscevichi, che hanno bagnato del loro sangue la terra di Russia per difendere l’Europa dal comunismo, subiscono la crudele vendetta dei copartigiani rossi che li braccano, li massacrano, li seviziano. È un’immensa tragedia che prelude a quella che dilagherà in tutta Europa pochi mesi più tardi.
Tra le vittime della “libertà” sono alcuni dei migliori ingegni francesi: gli scrittori Céline e Chateaubriand, costretti all’esilio, Charles Maurras, che paga con l’ergastolo la sua battaglia contro il farisaismo democratico, Drieu La Rochelle, suicidatosi per la incapacità di sopravvivere in un mondo crollato, Brasillach, fucilato nel febbraio del ’45 dopo che, nel settembre dell’anno precedente, si era costituito per far liberare la madre. Brasillach non aveva mai svolto una vera e propria attività politica, non era mai stato iscritto a nessun partito. Ma aveva messo la sua opera di poeta e di scrittore al servizio di quella che riteneva la causa della gioventù europea. Nel carcere egli verga ancora gli ultimi scritti, i versi degli indimenticabili poemi di Fresnes: «Sento il dolore del mio paese con le sue città in fiamme – le sofferenze inflittegli dai suoi nemici e dai suoi alleati – sento l’angoscia del mio paese lacerto nel corpo e nell’anima – chiuso nella ferrea trappola della sofferenza».
* * * * *
Intanto, nella torrida estate che vede la liberazione della Francia, gli alleati risalgono la penisola italiana verso la Linea Gotica. Al Nord la Repubblica Sociale si prepara alla lotta più aspra e disperata. L’invasione del territorio nazionale, l’intensificarsi del terrorismo comunista richiedono una mobilitazione nazionale delle forze combattenti. Gli iscritti al partito, dei 18 ai 60 anni, vengono armati. Nascono così le Brigate Nere. L’anima di questa resistenza accanita, di questo nuovo Fascismo che ritrovato lo spirito e l’audacia delle squadre d’azione, è Pavolini. Giovane, dinamico, interessato ai problemi della cultura e scrittore egli stesso, Pavolini, che proviene da una delle migliori famiglie fiorentine, incarna l’energia disperata dell’ultima battaglia, la volontà della lotta ad oltranza. È lui che organizza i fascisti di Firenze per l’estrema resistenza nella città. A Firenze, sgomberata dai Tedeschi, i franchi tiratori fascisti resistono per una settimana. Uomini, donne, fanciulli, sparano dai tetti sugli alleati e sui comunisti. Dopo la fine della guerra un ufficiale americano, chi gli chiede quale città italiana gli sia piaciuta di più, risponderà: «Firenze, perché è l’unica città dove ho veduto degli italiani che hanno avuto il coraggio di spararci addosso». Malaparte dedicherà un’indimenticabile pagina de La Pelle alla descrizione della fucilazione di franchi tiratori e franche tiratrici fiorentine, ragazzi e ragazze di quindici o sedici anni che muoiono beffandosi dei loro carnefici gridando: «Viva Mussolini!». È l’unica pagina pulita e luminosa in quel libro così tetramente sudicio e opaco, l’unica nella quale il nome italiano esca onorato.
 Ma la grande, paurosa minaccia incombe da Oriente. Dalle tragiche giornate di Stalingrado il bolscevismo ha continuato la sua inarrestabile marcia verso Ovest. Nell’estate del ’44 esso forza le porte orientali d’Europa e dilaga nei Balcani. Il tradimento della Romania e delle Bulgaria permette ai sovietici di congiungersi con le bande di Tito e di entrare a Belgrado il 22 ottobre. Pochi giorni prima, il 15, mentre i Russi forzavano i passi dei Carpazi, Horthy aveva chiesto un armistizio. Fulmineamente i Tedeschi ristabiliscono la situazione formando un governo capeggiato dal maggiore Szalazy, il condottiero delle Croci Frecciate, sostenitore della resistenza all’ultimo sangue contro le orde sovietiche che dilagano in tutta l’Ungheria, bruciando, saccheggiando, stuprando. Contemporaneamente le truppe sovietiche hanno continuato la loro avanzata nel settore nord del fronte orientale. Ad agosto hanno occupato il sobborgo orientale di Varsavia, Praha, separato dalla Vistola dal resto della città. Nella capitale polacca divampa la rivolta. Essa sarà miseramente schiacciata dai Tedeschi sotto lo sguardo impassibile dei Russi che, di là dal fiume, assistono con soddisfazione al massacro delle ultime forze “borghesi” polacche. In settembre e in ottobre si compie la tragedia dei paesi baltici, rioccupati dai Russi. Ben trecentomila profughi seguono la ritirata delle armate tedesche mentre le forze superstiti della Wehrmacht si trincerano in una sacca in Curlandia.
La guerra divampa ormai alle frontiere della Germania mentre le città tedesche ardono, notte e giorno, in un continuo rogo di bombe. Ma la volontà di resistenza è incrollabile. Gli alleati insistono nell’offrire l’inconditional surrender. Dall’altra parte i Russi hanno eloquentemente chiarito le loro intenzioni massacrando fino all’ultima donna e all’ultimo bambino la popolazione del primo villaggio tedesco caduto nella loro mani. La risposta a tutto ciò sono le V1 e le V2, le micidiali armi nuove che portano il nome della vendetta (Vergeltung 1 und 2) e che volano oltre la Manica come frecce di fuoco. Di fronte alla minaccia d’invasione del suolo della Patria si decreta la mobilitazione totale. Nasce così il Volksturm, l’“uragano di popolo” nelle cui fila combattono vegliardi e giovinetti. Il 2 ottobre gli Americani giungono davanti alla prima città tedesca, Aquisgrana. All’intimazione di resa il comandante della piazza risponde che «una città dove sono stati incoronati 14 imperatori tedeschi non si arrende senza l’onore di un combattimento». La lotta divampa per venti giorni. Nel centro della città le SS si sacrificano fino all’ultimo uomo per permettere la ritirata dei difensori e la ricostituzione di un fronte sulla Roer che reggerà per ben 4 mesi. Dalle città arse, dalle vie ingombre di cariaggi e di feriti, dalle profonde foreste germaniche si leva ancora l’inno dei giovani hitleriani: «Tremano le fradice ossa del mondo – di fronte alla grande guerra – ma noi continueremo a marciare – anche quanto tutto ci cadrà intorno in pezzi».
 Pure, nel tumulto della guerra, la fine del 1944 arreca un poco di sollievo, un momento di tranquillità insperata, di nuova speranza. La fortezza europea è stata invasa ma sul fronte della Vistola, sulla linea Sigfrido, sulla Gotica, in Ungheria la situazione tende a stabilizzarsi. Il mondo si copre di un manto di neve che, come il cielo nebbioso che impedisce il volo ai bombardieri alleati, sembra distendersi a sollievo e protezione dell’Europa. Sono ancora possibili giornate di speranza, di euforia, come quella in cui Mussolini parla a Milano, al Teatro Lirico. All’uscita, una folla indescrivibile gli è intorno, lo saluta col braccio levato, si accalca gridando enfaticamente “Duce, Duce!». È l’ultimo discorso di Mussolini e l’ultimo trionfo. Egli ha parlato con moderazione e fermezza, ha illustrato le realizzazioni della Repubblica, ha polemizzato coi Tedeschi. L’eco è immensa in tutta l’Italia che deve ammettere che il Fascismo è riuscito è riuscito a superare la crisi del 1943, che ha ancora uomini e chances, e che, soprattutto, può ancora affascinare i giovani.
Ma ben altra speranza viene dal fronte occidentale. Un giorno di dicembre l’esercito tedesco, che tutti danno per spossato e boccheggiante, passa violentemente all’offensiva. Le SS escono dalle loro buche nevose e travolgono le sorprese ed impreparate difese americane. È la battaglia delle Ardenne, il canto del cigno della Wehrmacht. Obbiettivo, Anversa, il grande porto belga senza il quale gli Americani non potrebbero continuare l’offensiva contro la Germania. È la estrema, geniale mossa di Hitler, che tenta di ripetere la manovra del 1940, la frattura del fronte nemico e l’insaccamento di una parte di esso. Per quest’ultima, disperata sorpresa si è provveduto al possibile e all’impossibile. Skorzeny, il leggendario liberatore di Mussolini, passa le linee con soldati travestiti da americani cambiando i cartelli stradali e creando lo scompiglio nelle retrovie nemiche. Per un istante il sole della vittoria risplende ancora sulla rossa bandiera crociuncinata. Ma è l’ultimo barbaglio di un astro cadente. Presto la schiacciante superiorità nemica ristabilirà l’equilibrio.
 È così che, al principio del 1945, si leva il sipario sull’ultimo atto della tragedia europea. Simbolicamente la prima città martire è Budapest, circondata il 24 dicembre e assediata fino al 20 febbraio. Le Croci Frecciate versano il loro sangue a fianco dei militi tedeschi. È da quel sangue che nascerà la scintilla della rivolta del 1956. Poi è la volta delle provincie orientali tedesche, raggiunte dall’offensiva sovietica del 12 gennaio 1945. Il Gauleiter slesiano Hanke aveva battezzato i lavori difensivi apprestati contro i Russi “Unternehmen Barthold”, l’operazione Barthold, dal nome del leggendario margravio tedesco che fermò i Mongoli in Slesia. Ora sono veramente le nuove orde di Gengis Khan quelle che vengono avanti. La guerra sembra ritornata ai tempi primordiali, quando lo stupro e il saccheggio erano il premio del vincitore. «Soldati dell’Armata Rossa! – scrive in un proclama propagandistico il raffinato letterato ebreo Ilija Ehrenburg – prendete le donne tedesche, umiliate il loro orgoglio razziale!». Mai nessun invito fu più fervidamente preso sul serio. Anche le bambine vengono ripetutamente violentate da dieci, venti soldati fino a morire di dissanguamento. Di fronte ad un così efferato nemico ogni viltà, ogni ritirata, è un crimine intollerabile.
In Italia il terrore slavo infuria sul Carso. Militari e civili vengono seviziati, uccisi gettati nelle cupe voragini dette foibe. Ancora adesso quella terra restituisce gli scheletri dei “giustiziati”, l’uno incatenato all’altro col filo spinato, il vivo accanto al morto che col suo peso trascinava il compagno nell’abisso. È alla Repubblica Sociale che spetta l’orgoglio di aver compiuto l’estrema difesa dell’italianità della Venezia Giulia. Negli ultimi giorni di sfacelo i militi fascisti si dirigono verso il fronte orientale per tentare di salvare il diritto dell’Italia in quelle terre.
 Siamo ormai all’epilogo. Il 20 aprile, giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno, Adolf Hitler ha preso la drammatica decisione di rimanere a Berlino fino alla fine. I manifesti annunciano alla popolazione, ignara della sua presenza in città, che «il Führer è a Berlino, il Führer rimarrà a Berlino, il Führer difenderà Berlino fino al suo ultimo respiro». Il 23 tutte le sirene suonano: i Russi sono penetrati nei quartieri orientali della città. Incomincia l’ultima battaglia. I giovani hitleriani, in calzoni corti, si gettano sui carri nemici. Particolare significativo: gli ultimi difensori della Cancelleria del Reich non sono tedeschi ma i norvegesi della divisione SS Nordland e i francesi della Charlemagne. Il 30 aprile Hitler si uccide. Il rogo divampa nel cortile della Cancelleria mentre gli ultimi fedeli alzano il braccio nel saluto. Il giorno seguente lo seguirà Goebbels con la moglie e i figli. Lascia scritto: «Credo che in un momento come questo la nostra causa abbia bisogno di esempi più che di uomini».
Anche per l’Italia è giunta l’ora della sua più grande tragedia storica. Gli alleati dilagano ormai oltre la Linea Gotica, invano contrastati dai soldati repubblicani sul Senio e sul Reno. Le bande partigiane possono finalmente scendere al piano per mietere i frutti dell’altrui vittoria. Frutti di sangue. La parola d’ordine è “Uccidete il fascista ovunque lo trovate”. Lo sterminio dei fascisti è sempre legittimato anche quanto si tratta dei 120 allievi diciassettenni della Guardia Repubblicana di Oderzo, arresisi pattuendo di aver salva la vita, o dei prigionieri di Schio, uccisi a tradimento all’interno del carcere. Non è disordinato tumulto o ira di popolo ma una sistematica, precisa disposizione del partito comunista che vuole sbarazzarsi per tempo di tutti gli uomini che possano ancora lottare per impedirgli di prendere il potere. Gli ultimi difensori della Repubblica Sociale, sorpresi dalla catastrofe e dal tradimento dei comandanti tedeschi in Italia, che si arrendono separatamente agli alleati, vengono catturati, disarmati, fucilati. Nel caos finale risplende il miraggio della ridotta in Valtellina, dell’ultima battaglia combattuta tra le nevi eterne delle Alpi. Ma il destino ha deciso le sorti dei capi fascisti e del Duce. Essi condividono il martirio degli oscuri 60.000 assassinati in questa settimana di passione. «Mirate al petto!»: queste le ultime parole di Mussolini trapelate dal silenzio ufficiale imposto dai dirigenti comunisti agli esecutori materiali della fucilazione.
Adriano Romualdi
Brano tratto da Le ultime ore dell’Europa, Edizioni Ciarrapico, Roma 1976.
tratto da: www.centrostudilaruna.it
 

Fini e il ‘68 Giovedì, Feb 14 2008 

Fini: il ‘68 occasione persa

A 40ennale Casini e Aznar sparano a zero e lui fa mea culpa

(ANSA) – ROMA, 2 FEB -Fini riscopre il ‘68. Il centrodestra, ammonisce il leader di An, non commetta l’errore di 40 fa quando lascio’ alla sinistra la contestazione. Errore che determino’ una frattura insanabile con il mondo giovanile. Fini ha spiazzato cosi’ gli altri due ospiti al convegno della fondazione Liberal, Aznar e Casini che si erano lanciati invece in un duro atto di accusa. ‘Piu’ che di ‘68 -ha detto Fini- dovremmo parlare di contestazione giovanile, movimento che aveva uno spirito tutt’altro che negativo’.

Uno spirito tutt’altro che negativo. Beh, Presidentissimo questa dovrà spiegarcela. Quale spirito? Quello dell’abbattimento del sistema meritocratico nella scuola e nel lavoro? Quello del pacifismo a oltranza e del monopolio culturale? O magari quella dell’annientamento del rispetto per le Istituzioni in cui la Destra, con alti e bassi, ha sempre creduto?

Presidentissimo (mi perdoni, da qualche tempo a questa parte amo chiamarla così) Lei ha avuto la fortuna (che poi è stata anche dei nostri genitori) di essere educato fino alla maggiore età in una scuola, quella italiana, ancora pregna dei precetti gentiliani i quali, come mi insegna, sono frutto di una evoluzione della dottrina haegeliana, fondata su dovere, disciplina del corpo e della mente, sana e gagliarda ambizione; una scuola figlia di un filosofo brutalmente assassinato, odiato dalla sciatta sinistra massimalista, osannato dal MSI prima e da Alleanza Nazionale poi. Non vorrà che il grande Ministro siculo ora si rivolti nella tomba!?

1968. Lei iniziava la sua militanza nella Giovane Italia, presumo senza essere a conoscenza dei fermenti ideologici e culturali che scuotevano (uso il termine con accezione positiva) il mondo della destra giovanile. Qualcuno aveva ben compreso il senso di quel moto “rivoluzionario”che due anni prima aveva infiammato i College americani ed ora si propagava in Europa; qualcuno aveva saputo “drenare” dalla piena sessantottina novità ideali che, sapute sfruttare con impegno e onestà intellettuale, potevano opporsi ai dementi slogan del Movimento studentesco e alla sua capacità (questo lo riconosco) di aggregazione.

Di chi sto parlando mi chiederà. Sto parlando del Fuan Caravella e di Primula goliardica, quei leggendari gruppi giovanili che, stanchi del nostalgismo delle sedi del MSI, volenterosi di rendersi partecipi di un momento della Storia italiana da non tramandare solo a “sinistra” hanno partecipato alla battaglia di Villa Giulia. Peccato che la loro esperienza fu distrutta da quei volontari nazionali, guidati proprio da Giorgio Almirante. Almirante, mi pare ricordare essere stato il Suo padre poliotico, che Le diede il ” La” per guidare la transizione del MSI ad AN e per portare il Partito al rapido dissolvimento in questo A.D. MMVIII che non dimenticheremo facilmente.

Che dirLe ancora Presidentissimo: i conti vanno fatti non solo in termini di voti ma anche di coscienza, soprattutto di coscienza. Non è mai troppo tardi. Ci pensi!

Marco Petrelli

Responsabile della Facoltà di Lettere per Azione Universitaria Firenze

San Valentino: la Storia Giovedì, Feb 14 2008 

Secondo quanto narra la tradizione, dopo che Valentino fu decapitato a Roma per ordine del prefetto Placido e sepolto nel cimitero sulla via Flaminia, i suoi discepoli Procolo, Efebo e Apollonio ne disseppellirono nottetempo il corpo, lo trasportarono a Terni, la città che a Valentino aveva dato i natali e di cui egli era stato vescovo, e qui, su di un colle non lontano dall’agglomerato urbano, provvidero a dargli una sepoltura provvisoria. Successivamente, fu scavata nello stesso luogo una tomba, che costituì l’Oratorio primitivo. Dopo l’Editto di Milano del 313, con il quale l’imperatore Costantino concedeva ai cristiani la libertà di culto, il popolo ternano volle costruire, al posto del primitivo Oratorio, una Basilica.Appare certo che su quel colle esistesse, fin dall’epoca pagana, un’area cimiteriale.

 

Le ricerche archeologiche condotte a Terni hanno chiaramente dimostrato che l’antica Interamna contava due necropoli distinte: una, antichissima, risalente addirittura alla prima età del ferro, interamente pagana, scoperta nel 1885 in località Sant’Agnese; l’altra, ascrivibile a un’epoca più recente, rinvenuta appunto nella zona adiacente al luogo ove sorse la Basilica valentiniana.Scrive Padre Fusciardi a proposito di questa zona cimiteriale: “Da un accurato esame del vasto materiale epigrafico e di sculture tornate in luce in questa località in epoche diverse, e che disgraziatamente solo in parte ci è stato conservato, emerge con evidenza come quella zona fosse tenuta in grande considerazione dagli antichi Interamnati e che basterebbe per sé sola, se non ci fossero altre prove storiche e monumentali, a dimostrare la magnificenza di questo municipium sp1endidissimum”. Una notevole quantità di materiale fu rinvenuta in quest’arca: cippi marmorei che originariamente dovevano costituire basamenti di statue, erme, trabeazioni per edifici di notevole importanza, olle cinerarie, urne marmoree per colombari; ma, oltre a reperti chiaramente risalenti all’epoca cristiana, furono qui ritrovati anche santuari dedicati a divinità pagane, mausolei appartenenti a personaggi di rilievo della società romana, quali militari, magistrati, tribuni della plebe, giureconsulti ecc.

Numerose iscrizioni, riportate alla luce tra il 1605 e il 1618, periodo in cui fu ricostruita la Basilica di San Valentino ed edificato l’annesso convento, testimoniano inequivocabilmente che in quest’area cimiteriale cristiana sorgeva già una necropoli pagana”.Per quanto concerne più specificamente l’identità cristiana di questa zona, esistono indizi archeologici tali da renderla certa: uno di questi è costituito senz’altro dalla stessa Basilica “ad corpus” di San Valentino e degli altri martiri ricordati dal Martirologio Geronimiano, che rispecchia da un lato l’uso, attestato nella Chiesa primitiva, di non rimuovere i corpi dei santi martiri dal luogo della loro sepoltura, dall’altro il desiderio da parte dei semplici fedeli di farsi seppellire accanto ai martiri nella convinzione di godere in tal modo della loro particolare protezione, nonché di partecipare dei loro meriti.In conformità con tale tradizione sarebbero stati edificati, proprio accanto alle tombe di Valentino e degli altri martiri e semplici fedeli, dapprima l’oratorio, ovvero una “cella memoriae”, e, in un secondo momento, la sontuosa Basilica.Afferma a questo proposito Piero Adorno, avanzando pure un’ipotesi circa la data a cui si potrebbe far risalire la prima costruzione della Basilica: “Proprio nel luogo della tomba dovette sorgere, abbastanza per tempo, la basilica dedicata alla sua memoria, più volte distrutta e ricostruita.

Difficile stabilire le date esatte; tuttavia la collocazione stessa dell’edificio, fuori delle mura della città, in zona cimiteriale e sopra la tomba del martire, conferma l’ipotesi secondo la quale la prima costruzione risalirebbe al IV secolo”.Secondo l’opinione di Cinzia Perissinotto, “l’esistenza di un edificio di culto risalente almeno al V secolo è documentata, oltre che dal Martirologio Geronimiano, anche da un frammento di pluteo con decorazione a pelte o squame, ascrivibile appunto a questo periodo, conservato nella piccola raccolta archeologica esistente negli ambienti sotterranei della chiesa”.Durante un lungo arco di tempo che va dal secolo VIII al XV, l’edificio, che continuò a essere utilizzato, subì probabilmente interventi di restauro e di consolidamento.Quando, in conformità con le nuove direttive scaturite dal Concilio di Trento, conclusosi nel 1563, i primi visitatori apostolici andarono sul colle di San Valentino per vedere la grande basilica menzionata nei calendari e nei martirologi medievali, trovarono una costruzione in pessime condizioni, della quale, pertanto, venne ordinato il rifacimento.Ma, in realtà, gli interventi per il recupero della chiesa furono pochi e assai ridotti.Fu tra la fine del XV e l’inizio del XVII secolo che, sulla scia della politica urbanistica inaugurata da papa Sisto V, si dette inizio a una vasta opera di ristrutturazione delle antiche basiliche e di attuazione di scavi archeologici volti al ritrovamento e al recupero di reliquie.
In questo contesto si colloca il rinnovato interesse per il cimitero valentiniano e per l’attigua basilica.

 

L’arca del santo e martire ternano fu rinvenuta durante gli scavi del 1605, effettuati nella Basilica al fine di ricercare i corpi dei martiri che si diceva fossero lì sepolti: l’urna, secondo la descrizione che ne fa il Boldetti, “era rustica nel di fuori ma dentro vagamente intagliata a rilievo e con una croce della grandezza d’un braccio”. La Carini Gentili ha dedicato alla tomba di San Valentino un approfondito studio, nel quale fa il resoconto dei suddetti lavori nei termini seguenti: “Scavando dietro l’altare per tutto l’ambito del Coro, si rinvennero vicino al muro e di prospetto al Coro medesimo, due altari di marmo, l’uno sovrapposto all’altro, ai quali si poteva accedere da una «grotta» allora ricoperta, «che circonda dal di dentro la tribuna»; nella faccia interna della mensa dell’altare subalterno, si vide dipinta una croce rossa tempestata di gemme, ai lati della quale e rivolti ad essa erano effigiati due animali, ritenuti cavalli (rappresentazione questa che si ritrova talvolta nella epigrafia cristiana), ma che potevano anche essere agnelli.Dipinto sulla parete c’era un carro, simboleggiante quello sul quale la leggenda dice che fosse trasportato il corpo di S. Valentino; si ebbe allora la certezza che lì riposasse la salma del Martire. Infatti, il 21 giugno 1605, sotto il Coro, si trovò una cassa di piombo racchiusa in un’urna di marmo, rotta un poco da un lato… Nell’arca plumbea vennero rinvenute le ossa del Santo, con il cranio non completamente sano, diviso dal busto”.È interessante notare che la separazione della testa dal busto potrebbe costituire un’ulteriore significativa prova della decapitazione di Valentino.

Entrammo nella vita dalla porta sbagliata, in un tempo vigliacco e con la faccia sudata Martedì, Feb 12 2008 

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Giuseppe Prezzolini Martedì, Feb 5 2008 

«Chi era dunque Giuseppe Prezzolini?
La risposta è nel libro
che stringete fra le mani.
Era un anarchico conservatore,
confidava nella tradizione
e diffidava dello Stato».
Dalla Prefazione di Vittorio Feltri

Raccontare l’avventura intellettuale di Giuseppe Prezzolini raccontando la sua vicenda umana. È la sfida di questa biografia che, attraverso i cento anni di vita dell’intellettuale più originale e scomodo del Novecento italiano, rilegge i più importanti fenomeni filosofici, letterari e politici del Secolo Breve.
Con Prezzolini nasce la figura dell’intellettuale moderno, immerso nelle contraddizioni della società di cui è allo stesso tempo testimone e protagonista. Le avanguardie del primo Novecento, l’esperienza della «Voce», la più importante rivista culturale del secolo, la Grande Guerra, la nascita del fascismo, la Seconda guerra mondiale, il dopoguerra: Prezzolini ha marcato la vita culturale e politica italiana sfuggendo sempre alla tentazione delle ideologie e del conformismo.
E’ stato l’inventore di Mussolini ma si autoesiliò in America quando sentì puzza di regime; era di destra ma non nostalgico, lodò la democrazia americana ma non lo stile di vita degli Usa. Amico di Papini e Longanesi, ma anche di Amendola, Croce e Gentile, è stato il maestro di Montanelli e della Fallaci.
Anarchico ma conservatore, ha fatto della libertà la sua religione e della sua vita un romanzo dove nulla è inventato.
L’Autore
Gennaro Sangiuliano, nato nel 1962, giornalista e scrittore, è stato direttore del quotidiano «Roma» di Napoli e vicedirettore di «Libero». Attualmente è caporedattore in Rai. Autore di numerosi saggi, tra cui Interviste sulla Seconda Repubblica (1994) e Le origini del conflitto nella ex Iugoslavia (1996), insegna alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università Lumsa di Roma.

tratto da: www.gianmariomariniello.it

postato da: Marco Petrelli, resp. di Lettere, Nucleo Caravella Azione Universitaria Firenze 

 

Destra a Lettere: sempre presente! Mercoledì, Gen 30 2008 

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AZIONE UNIVERSITARIA FIRENZE 

NUCLEO DI LETTERE CARAVELLA

 

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Semper fidelis

Istria terra d’amore, fedeltà e sangue Martedì, Gen 29 2008 

(testo tratto da “La Canzone del Quarnaro”, del Comandante Gabriele d’Annunzio)  Siamo trenta su tre gusci, su tre tavole di ponte:

Secco fegato, cuor duro, cuoia dure, dura fronte,

Mani macchine armi pronte, e la morte a paro paro.

Eia, carne del Carnaro! Eia Eia Alalà!

Con un’ostia tricolore ognun s’è comunicato.

Come piaga incrudelita coce il rosso nel costato,

Ed il verde disperato rinforzisce il fiele amaro

Eia, sale del Carnaro! Eia Eia Alalà!

Ecco l’isole di sasso che l’ulivo fa d’argento.

Ecco l’irte groppe, gli ossi delle schiene, sottovento.

Dolce è ogni albero stento, ogni sasso arido è caro.

Eia, patria del Carnaro! Eia Eia Alalà!

Il lentisco il lauro il mirto fanno incenso alla Levrera.

Monta su per i valloni la fumea di primavera,

Copre tutta la costiera, senza luna e senza faro.

Eia, patria del Carnaro! Eia Eia Alalà!

rit. Siamo trenta d’una sorte,

E trentuno con la morte.

Eia, l’ultima Alalà!

Eia Eia Alalà! Eia Eia Alalà! Eia Eia Alalà!

Il profumo dell’Italia è tra Unie e Promontore,

Da Lussin, da Val d’Augusto vien l’odor di Roma al cuore.

Improvviso nasce un fiore su dal bronzo e dall’acciaro.

Eia, patria del Carnaro! Eia Eia Alalà!

Fiume fa le luminarie nunziali. In tutto l’arco

Della notte fuochi e stelle. Sul suo scoglio erto è San Marco,

E da ostro segna il varco alla prua che vede chiaro

Eia, sbarre del Carnaro! Eia Eia Alalà!

Da Lussin alla Merlera, da Calluda ad Abazia,

Per il largo e per il lungo torneremo in signoria

D’Istria, Fiume, di Dalmazia, di Ragusa, Zara e Pola

Carne e sangue dell’Italia! Eia Eia Alalà!

Dove son gli impiccatori degli Eroi che non scordiamo?
Dove son gli infoibatori della nostra gente sola?
Ruggirà per noi il leone, di là raglio di somaro.

Eia, carne del Carnaro! Eia Eia Alalà!

Nessun’altro poeta al Mondo sarebbe mai stato capace di forgiare versi così belli e profondi e probabilmente mai lo sarà. Solo il Vate, poeta guerriero, riesce a tramutare in verbo la passione che lo alimenta e che lo ha spinto, alla testa di un manipolo di valorosi, ad una impresa epica, la beffa di Buccari.

In questi versi non v’è  la mera esaltazione dell’impresa bellica ma il sunto della storia di sangue e onore che vincola le Terre istriane alla tradizione e alla memoria del Popolo italiano tutto.

La Canzone del Quarnaro menziona “gli eroi che non scordiamo” e “la nostra gente sola” : il sacrificio di Oberdan, Sauro e Battisti, patrioti dell’irredentismo impiccati dagli austriaci e quello di migliaia di italiani uccisi o costretti all’esodo dalle milizie titine. Italiani figli di una Terra per la quale sono stati pronti a dare la vita. Istria e  Dalmazia sono pregne di cultura italica: Madri di uomini e donne destinati a lasciare il segno nella storia d’ Italia.

Il 10 Febbraio ricade l’anniversario della scoperta dei luoghi dell’orrore, le Foibe: per anni dimenticate dalla monopolizzante cultura marxista poi tornate alla ribalta sul finire degli anni ‘80, appena in tempo per consegnare alla memoria storica il loro fardello di sangue.

Firenze rende omaggio alle vittime della criminale persecuzione titina accendendo centinaia di fiaccole, simbolo di ardore, passione e speranza. Il corteo di fiaccole illuminerà i cieli medicei sabato 9 Febbraio 2008.

Partecipare significa non dimenticare; marciare non è opzionale, è d’obbligo!

  

Marco

au3.gifAzione Universitaria Firenze, via Santa Reparata 33r
                          Contatti: fuanfirenze@gmail.com ; 347/5851188

 

10 Febbraio: ricordando i martiri delle foibe Martedì, Gen 29 2008 

I nostri volantini Martedì, Gen 22 2008 

       

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                                                              AZIONE

 UNIVERSITARIA FIRENZE      Merito VS BARONIE          PENSIERO VS ARROGANZA         IDEALI VS APPIATTIMENTO         

Azione Universitaria FUAN – FirenzeVia Santa Reparata, 33r (angolo via delle Ruote)Appuntamenti: riunione del lunedì ore 21.00 – Venerdì ore 19.30, aperitivoContatti: fuan_scienze@libero.it  - sabagiulia@tiscali.it  www.azione-universitaria.it – giglioflorentia.wordpress.com  

Mercoledì, Gen 16 2008 

AZIONE        UNIVERSITARIA
FIRENZE 
CON GLI STUDENTI
CON IL SAPERE E
LA CORRETTEZZA INTELLETTUALE

giovedì 17 gennaio all’inaugurazione dell’A.A.

dell’ateneo La Sapienza, manifestazione a sostegno della presenza del Pontefice e del suo intervento alla cerimonia inaugurale.
 
Si rende indispensabile un approfondimento serio e responsibile sui temi della LIBERTA’   e della LAICITA’, armi sempre valide contro  RELATIVISMO E  LAICISMO. 

Documento di AN sulla maternità Venerdì, Gen 11 2008 

Vi propongo il link al documento sottoscritto da Meloni, Gasparri, Mantovano, Alemanno, Saltamartini, e che verrà proposto al congresso di febbraio. Nel dibattito sulla moratoria proposta da Ferrara questo è uno dei tasselli più validi e più laici.

Vale la pena leggerlo e aprire il post a tuti i nostri commenti!

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APPELLO AL POPOLO DI ALLEANZA NAZIONALE
PER IL DIRITTO ALLA VITA
La moratoria per la vita proposta da Giuliano Ferrara, l’invito alla riflessione sulla legge 194 formulato dal Cardinale Camillo Ruini e il bilancio obiettivo di decenni di aborto “legalizzato” in Italia, in Europa e nel mondo, impongono a chiunque abbia responsabilità politiche approfondimento e azione coerente.
1. Perché l’aborto “legale” è diventato aborto “banale”. Quando in Italia, a partire dall’inizio degli anni 1970, iniziò la propaganda per introdurre una legislazione abortista, l’intento dei sostenitori era di rendere la gestante libera di ottenere l’intervento abortivo senza ostacoli. Era arduo far passare in Parlamento una legge che suonasse: “articolo unico/ l’aborto è libero e gratuito”. L’argomento più usato non fu un richiamo alla libertà, bensì l’opportunità di assistere la gestante che viveva una situazione difficile invece che respingerla nella clandestinità. Si è così costruita una legge – la n. 194 del 22.05.1978 – che riconduce le cause che inducono all’aborto a un’unica vaga indicazione terapeutica e impone al consultorio o al medico di espletare una fase di prevenzione/dissuasione dall’aborto. Il primo articolo della legge fissa gli scopi di essa: “Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio”. Si aggiunge che l’aborto “non è mezzo per il controllo delle nascite”.
Siamo convinti che trent’anni siano più che sufficienti per chiedersi se e come quegli scopi sono stati raggiunti, se la 194 viene applicata in ogni sua parte, se essa ha provocato una reale diminuzione degli aborti, come ripete stancamente la schiera dei suoi sostenitori. Le statistiche, ricavate dalle relazioni annuali dei ministri della Salute, sono parziali, poiché non considerano ai fini delle rilevazioni gli aborti – che pure ci sono – procurati con la cosiddetta “pillola del giorno dopo” (Norlevo); né finora hanno incluso le cifre riguardanti gli aborti procurati dopo l’assunzione della RU 486, “liberalizzata” da numerosi assessorati regionali alla Sanità. Infine, sempre sotto il profilo statistico, un ulteriore limite è costituito dal peso che si dà al numero in assoluto di aborti, ma non invece al rapporto di abortività, cioè alla relazione che intercorre fra gli aborti realizzati ogni anno e il numero dei bambini che nello stesso periodo nascono vivi. Poiché questo dato numerico è rimasto costante in 30 anni, se ne deduce che è rimasta costante – e non è calata – la tendenza ad abortire.
Le medesime statistiche forniscono numeri dai quali è impossibile comprendere le cause che inducono ad abortire. Ciò accade perché, nella fase che dovrebbe essere di prevenzione, nessuno chiede nulla alla donna, e di conseguenza il personale medico nulla annota sulla scheda per la richiesta dell’ivg: come è possibile, in attuazione della legge, prevenire l’aborto se non si conoscono le principali cause che portano le donne a una scelta così drammatica? Una scelta resa comunque agevole – quasi
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banalizzata – dal fatto che per abortire basta una mera manifestazione di volontà: in base alla 194, infatti, pur se il medico o il consultorio non riconoscono i motivi addotti dalla gestante per l’ivg, essi sono tenuti a rilasciare il certificato che attesta che la gravidanza è in atto. Il certificato costituisce titolo sufficiente, dopo sette giorni, per abortire; dunque, non vi è alcun filtro che permetta prevenzione o dissuasione. Se dunque, per un verso, l’applicazione della 194 non è andata verso una “procreazione cosciente e responsabile”, per altro verso la media stimata del ricorso all’aborto clandestino si è attestata sulle 45.000 unità all’anno: è un dato che segnala il fallimento anche sotto questo riguardo.
2. Perché la tutela della vita è una battaglia laica. Per cogliere l’umanità del concepito non è necessario il catechismo. E’ sufficiente l’ecografo! Dire che si tratta di vita umana non è un atto di fede, ma è una constatazione che prescinde dalla confessione religiosa di riferimento. Spesso la confessionalizzazione del tema è il modo laicista per esorcizzare una discussione laica in materia.
Dal punto di vista biologico, la formazione e lo sviluppo umano appaiono come un processo unico, continuo, coordinato e graduale sin dalla fecondazione, con la quale si costituisce un nuovo organismo dotato di capacità intrinseca di svilupparsi autonomamente in un individuo adulto. I più recenti contributi delle scienze biomediche apportano preziose evidenze sperimentali alla tesi dell’individualità e della continuità dello sviluppo embrionale. Dal momento in cui l’ovulo è fecondato, si inaugura una vita che non è quella del padre o della madre, ma di un nuovo essere umano che si sviluppa per proprio conto. Le recenti acquisizioni della biologia umana riconoscono che nello zigote derivante dalla fecondazione dei due gameti si è già costituita l’identità biologica di un nuovo individuo umano, dotato di un proprio codice genetico, e quindi di un valore antropologico unico. Il concepito non è un essere umano in potenza, ma un essere umano in atto. È in potenza adulto, bambino o vecchio, ma è in atto un essere umano, e in quanto essere umano è anche persona, dal momento che non si vede come la dimensione personale possa subentrare in epoca successiva all’inizio della vita umana, cioè al concepimento.
La 194 elude il nodo riguardante l’identità biologica del concepito. Nella relazione di maggioranza, che alla Camera dei Deputati accompagnò la proposta poi divenuta legge, l’“opportunità di introdurre la nuova disciplina dell’aborto” veniva evocata “al di là delle diverse convinzioni morali, religiose e scientifiche”: il legislatore ha dunque affermato di voler prescindere perfino dalla scienza; e quest’ultima attesta in modo inequivoco l’umanità del concepito. Ciò è in linea con quanto aveva scritto la Corte Suprema degli USA, che in una sentenza del gennaio 1973 aveva reso l’aborto libero in tutti gli States: “non abbiamo bisogno di risolvere il difficile problema di quando la vita cominci”; e però, nel dubbio (non invincibile) si rendeva possibile la soppressione della vita. Più di recente, nel luglio 2004, la Corte europea dei diritti umani, pur decidendo di un caso nel quale era importante partire dal presupposto se il
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concepito è o non è un essere umano, ha stabilito che “la questione dell’inizio del diritto alla vita sia da decidere a livello nazionale (…) perché tale questione non è stata decisa dalla maggioranza degli Stati (…) e (…) perché non esiste in Europa un consenso generale sulla definizione scientifica e giuridica dell’inizio della vita”. La difficoltà ha un significato evidente: se ci si pone il quesito di quando inizia la vita si corre il rischio, in base alla risposta, di dover sottoporre a revisione dogmi che appaiono intangibili.
3. Una politica per la vita per ridare vita alla politica. E invece il quesito va posto senza timore, e merita risposta. La sfida va vissuta non come un problema da rimuovere, ma come una opportunità per riattivare la politica. Negli USA di questi temi si discute sulla scena politica, al punto che diventano occasione di confronto nelle campagne elettorali, costituiscono motivo di successo fra gli elettori, perché esiste un contesto culturale e politico che spinge alla riflessione critica dei pregiudizi della biotecnocrazia. Auspichiamo che si formi un contesto simile anche in Italia e in Europa: se c’è una battaglia di avanguardia sulla quale chi ambisce a rappresentare il Centrodestra è chiamato a combattere, essa è quella per la tutela e la promozione della vita, dal concepimento alla morte naturale. Infatti, se lo Stato è l’organizzazione della società, quest’ultima si fonda sulla dignità di ogni essere umano; lesa la quale, tutto è possibile. Siamo convinti che va combattuta la posizione di chi esorta a tenere distinte la sfera confessionale e religiosa da quella politica e giuridica, come se parlare di difesa della vita equivalesse automaticamente a salire sull’altare, a indossare i paramenti sacri, e a iniziare un’omelia. E’ una distinzione che qui non ha senso: la contrapposizione non è fra cattolici e non cattolici, ma fra chi intende la natura come un dato certo e normativo, e chi ritiene invece che la natura è un mero postulato culturale, e quindi è soggetta alla libera contrattazione fra le parti.
Il nocciolo del discorso è il diritto naturale: e cioè un quadro di valori la cui esistenza non dipende dai mutamenti della storia, dai conflitti di classe o di razze, dalla costruzione di mondi utopici, o dai pensieri degli opinion maker, ma sono iscritti in modo stabile e immutabile nella natura dell’uomo; regole essenziali valide in ogni epoca e in ogni luogo: non uccidere, non rubare, non dire il falso… Che, lette in positivo e nei loro riflessi sociali e politici, significano: difendi la vita dell’innocente con legislazioni e provvedimenti amministrativi adeguati, rispetta l’altrui proprietà, in un’ottica di solidarietà, lavora per l’onestà e per la trasparenza nella vita pubblica… L’insieme di questi principi e precetti è impresso nella natura di ogni uomo, anche se non sempre viene percepito con chiarezza: per questo, al di là di ogni deformazione, viene chiamata diritto naturale. E’ il frutto della osservazione e della “scoperta” delle costanti naturali della persona e in essa la politica può trovare il fondamento per edificare la comunità; da essa il diritto positivo trae le coordinate entro le quali proseguire nella sua elaborazione.
Riteniamo questa battaglia di avanguardia e di libertà, perché l’essenza del totalitarismo coincide con l’arbitrio che un uomo esercita su un altro uomo al punto
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da modificare, o addirittura da togliergli la vita. Se il confine fra la vita e la non vita non è netto e invalicabile, se non viene individuato quale dato oggettivo da riconoscere e da rispettare, ma rappresenta qualcosa di variabile a seconda delle opinioni soggettive o delle scelte di una maggioranza, non si può dire che la prospettiva totalitaria sia alle spalle. Se è possibile (e anzi è stimato un bene, poiché riceve il contributo del servizio sanitario nazionale), uccidere un uomo in quanto è troppo giovane – non ha completato i nove mesi di permanenza nel corpo della madre –, cioè perché è lontano dall’optimum della vita, non esistono ragioni di principio, ma solo di mera convenienza del momento, per non uccidere chi è troppo vecchio, cioè è lontano dall’optimum della vita al capo opposto del filo, ovvero per non uccidere il portatore di handicap, che è lontano dall’optimum fisico; ovvero – e questa è l’esperienza dei totalitarismi realizzati nel XX secolo – per uccidere l’altro in quanto la pensa diversamente, e quindi è lontano da un optimum ideologico, ovvero appartiene a un’altra razza, e quindi non è in linea con l’optimum etnico.
4. Qualche indicazione concreta. In occasione del trentennale della 194, meritano approfondimento, a nostro avviso, alcuni passaggi, nella prospettiva che il confronto non resti teorico, ma conosca sviluppi pratici:
a) La fase della dissuasione-prevenzione prevista dall’art. 5 della 194 va finalmente attuata, avviando la formazione mirata di tutti i soggetti che in essa sono chiamati a intervenire, prevedendo apposite risorse nei bilanci nazionale e regionali, che rendano non virtuali le alternative all’aborto proposte nel singolo caso, con una verifica dei risultati. Discuteremo con i nostri rappresentanti nei Consigli regionali le modalità per rendere effettiva tale fase. La disapplicazione di questa parte della 194 deriva largamente dall’aver fatto coincidere il concetto di prevenzione dell’aborto col concetto di prevenzione dei concepimenti: con questo tipo di condizionamento, è facile per il medico che rilascia il certificato ritenere declamazioni prive di significato le indicazioni della legge tese a rimuovere le cause dell’aborto. La prevenzione dell’aborto va invece legata il più possibile alla prosecuzione della gravidanza, per quanto difficile o inizialmente non desiderata, al fine di tutelare insieme il concepito e la madre.
b) L’art. 2, comma 2, della 194 stabilisce che “i consultori sulla base di appositi regolamenti o convenzioni possono avvalersi, per i fini previsti dalla legge, della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni di volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita”. Ci sono associazioni di volontariato, in particolare i Centri di aiuto alla vita promossi dal Movimento per la vita, che da trent’anni, sparsi in tutta Italia, hanno garantito a circa centomila donne la libertà di non abortire e ad altrettante vite umane la libertà di non essere uccise. Spesso le strutture sanitarie hanno fatto apparire questo successo – un successo anzitutto per la donna, che è stata aiutata a prendere una decisione coraggiosa, ma certamente meno drammatica del ricorso all’aborto – quasi come una
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colpa, o come un segnale di pericolosa faziosità. Chiediamo invece che siano promossi accordi più stabili e diffusi con queste realtà, tesi a rendere la loro attività meno complicata, con minori ostacoli all’interno delle strutture sanitarie. Un maggiore coinvolgimento delle associazioni di volontariato è in grado di sollecitare e di mettere in moto le realtà che dovrebbero realizzare l’aiuto alla maternità difficile. Se è più comodo per una struttura sanitaria dire alla donna “questo è il certificato, vai pure ad abortire…”, una convenzione che in un ospedale consenta di avvalersi di chi ha un approccio meno formalistico e sommario può indurre invece a prendere realmente in considerazione strade diverse, senza che questo si traduca in pressioni sulla gestante. Anche su questo fronte attiveremo un confronto con i consiglieri regionali del Partito.
c) L’art. 7 comma 2 della 194 stabilisce che quando il concepito ha possibilità di vita autonoma “il medico che esegue l’interruzione deve adottare ogni misura idonea a salvaguardare la vita del feto”. La cronaca recente e meno recente informa che ciò non accade. Sul punto la 194 va resa più chiara. Il progresso scientifico ha anticipato la possibilità di sopravvivenza nei nati prematuri. La collocazione alla fine del sesto mese di gravidanza della distinzione tra aborto e parto prematuro – non scritta nella legge 194, ma tradizionalmente ripetuta nei manuali medici – è superata. Ai Centri di aiuto alla vita si moltiplicano le notizie di bambini “abortiti”, ma contrassegnati da evidenti segni di vita (battito cardiaco, gemiti, atti respiratori), eppure lasciati morire sul tavolo operatorio. “Lasciar morire” e in qualche caso – come pure accade – “affrettare la morte” è il contrario di “salvaguardare la vita”.
d) Nella legge 194 non è mai formalmente riconosciuta la possibilità di abortire per ragioni eugenetiche, ma solo in quanto queste ultime incidano sulla salute della donna; e tuttavia, il richiamo alle malformazioni del nascituro c’è. Dopo trent’anni è venuto il momento di chiedersi – e ciò va fatto anzitutto in Parlamento – se è giusto non modificare il passaggio di una legge in base al quale un essere umano non ha il diritto di vivere in quanto è “malformato”, o comunque lo ha in forma più fievole per il solo fatto di non essere ancora nato.
e) L’art. 4 della 194 ricomprende le varie “indicazioni” all’aborto (economiche, sociali, familiari) sotto il più ampio riferimento alla salute della donna. La salute, quindi, non ha una accezione limitata a patologie riscontrate in modo scientifico, ma viene interpretata come estesa alla salute psichica: il concetto di salute esce dai manuali di medicina per abbracciare il senso di completo benessere, fisico e psicologico. In questi termini la nozione di “aborto terapeutico”, su cui si fonda l’intero impianto della legge 194, consiste nel far presente a una donna che può liberarsi del figlio non ancora nato nell’illusione di “stare psicologicamente meglio” e che può sopprimere un bimbo in utero, forse anche capace di vita autonoma, solo perché fonte di alterazione del proprio benessere. Anche su questo è giusto fornire risposte in termini di adeguate modifiche legislative.
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f) Infine, il padre. Il cui ruolo è reso marginale dalla 194: può essere coinvolto nella decisione della donna di abortire solo se lei lo desidera, e questo anche se i due sono coniugati. Il padre del concepito va invece informato della gravidanza e va coinvolto, almeno a livello consultivo, nelle decisioni riguardanti la vita del figlio, ai fini della difesa della vita e del sostegno alla madre. Pari opportunità vale anche per i padri in ordine alla scelta del destino dei propri figli.
A nostro avviso, l’iniziativa politica non va limitata al Parlamento nazionale e/o ai Consigli regionali: essa deve attraversare il Parlamento europeo, sede in questo momento di tendenze ostili al diritto naturale. Mai come in questo momento la frontiera del diritto alla vita coincide col futuro politico della nazione, dell’Europa e con le sorti stesse della politica.
Per questo proponiamo che in occasione della Conferenza programmatica che Alleanza Nazionale organizza a Milano dall’8 al 10 febbraio per definire e illustrare le sue proposte per l’attuale momento politico, una sessione sia dedicata tematicamente al diritto alla vita, e a dare concretezza alla moratoria sull’aborto e alle iniziative da intraprendere in tale direzione. Invitiamo tutti gli iscritti e i simpatizzanti a sottoscrivere questo nostro appello: un partito politico non deve e non può restare indifferente!
Alfredo Mantovano – Gianni Alemanno – Maurizio Gasparri – Barbara Saltamartini – Giorgia Meloni

L’ Osteria Volante Mercoledì, Gen 9 2008 

Il mondo di oggi nelle le pagine di un libro del 1914

 

di Marco Petrelli 

1914. Lo spettro della Grande Guerra aleggia tra le nazioni europee. Gli ultimi, antichi imperi del Continente sono al tramonto: l’ Austria affronta le rivendicazioni nazionaliste dei popoli balcanici, la possente industria germanica costringe la Prussia ad espandersi a Oriente; l’ impero Ottomano, ridotto alla sola Anatolia, è scosso dai moti laicisti e progressisti dei militari.

L’Inghilterra, la più grande potenza militare ed economica del Mondo, si prepara all’imminente conflitto.

In questo clima di forti tensioni internazionali, lo scrittore britannico Gilbert K. Chesterton compone un’opera che, a distanza di 94 anni, rappresenta lo specchio della Società odierna: L’ Osteria Volante. Chesterton immagina che i flussi migratori e la nascita di realtà multi etniche siano alla base della perdita di identità e cultura per il Regno Unito. La classe dirigente, debole nell’affrontare le tematiche dell’integrazione, cede alle pressioni della sempre più forte comunità islamica londinese fino ad avallarne richieste e brame.

La legge coranica si insinua nell’apparato legislativo inglese. La più antica monarchia costituzionale del Mondo è costretta, dunque, ad accettare i precetti religiosi più intransigenti. L’ alta borghesia isolana, corrotta e moralmente decadente, vive la nuova cultura come segno di distinzione sociale.

E’ proibita la vendita della birra e delle bevande alcoliche in generale: solo alcuni pub possono somministrare alcolici esponendo un apposito cartello. Il capitano irlandese Doyle, sconvolto e addolorato dai radicali cambiamenti in atto, decide di mettersi in gioco: stacca da una locanda il cartello Osteria Volante e, con un carretto, un barile di rum e una forma di cacio, vaga per il paese portando conforto e felicità al popolo annichilito e rassegnato.

Parodia forte e incisiva delle debolezze e dei vezzi degli occidentali, questo libro, letto con ottica introspettiva, palesa i rischi e le conseguenze della società multirazziale.

Perdere identità, storia, humus culturale vuol dire privare della sua linfa vitale la Civiltà stessa, rendendola schiava delle razze ed etnie che oggi popolano città, borghi, strade dell’ Europa.

La figura di Doyle è l’essenza della speme: egli rappresenta l’ultimo lembo di un mondo che non c’è più; il popolo lo ama poiché in quel barile di rum e in quel cartello Osteria Volante legge ancora i tratti di una tradizione e di una storia non del tutto cancellati.

94 anni fa Gilbert Chesterton  preconizzò il pericolo dell’invasione islamica: una invasione lenta e silenziosa che corrode lentamente le istituzioni, il modus vivendi e la quotidianità dell’ occidente cristiano. 

L’ Osteria Volante, da leggere assolutamente. 

 

 

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